EMILIA ROMAGNA

Una rete incerta

Un protocollo per la “cooperazione internazionale sulle politiche giovanili”

Un protocollo d’intesa tra dieci Regioni europee per la “cooperazione internazionale sulle politiche giovanili”. Il documento, sottoscritto dalla Regione Emilia Romagna assieme ad Aquitaine (Francia), Aragón (Spoagna), Dolno?l?skie (Polonia), Hessen (Germania), Pays de la Loire (Francia), Generalitat Valenciana (Spagna), Västra Götaland (Svezia), Wales (Gran Bretagna) e Wielkopolska (Polonia), è stato siglato a Bruxelles lo scorso 26 marzo e si propone di “aumentare la cooperazione e il networking nel settore delle politiche per i giovani”.Tra gli impegni che le istituzioni intendono assumersi con il protocollo: “la promozione e sostegno di iniziative comuni” con “un’attenzione prioritaria rivolta alle giovani generazioni e alle loro associazioni per avviare scambi internazionali di giovani e progetti comuni, per approfondire le reciproche conoscenze geografiche, storiche, economiche e culturali e confrontarsi con tematiche come la costruzione dell’Europa, la pace, i diritti umani, le pari opportunità, l’ambiente, l’innovazione e lo sviluppo tecnologico”; “la costruzione di una rete di Regioni” con il coinvolgimento di “realtà istituzionali, gruppi di giovani e Ong”; la definizione di “un programma di lavoro” al fine di “accedere ai fondi comunitari”.Logica di rete. “Il protocollo segna un passaggio dai tradizionali rapporti bilaterali a una logica di rete”. Questo il punto di forza del documento secondo Stefania Fenati, responsabile del Centro documentazione Europa dell’Assemblea legislativa dell’Emilia Romagna. “Esso – spiega Fenati – prende il via da una serie di rapporti privilegiati che già da anni sono in corso tra l’Emilia Romagna e altre Regioni europee. Con l’Assia, ad esempio, grazie alla scuola di pace di Monte Sole vengono condotti con regolarità scambi di giovani, coinvolti sui temi della pace e dei diritti”.Il vantaggio della rete, precisa Fenati, “sta nella possibilità di conoscere più realtà, mettendo così a confronto differenti sistemi e competenze e favorendo la messa in campo di politiche più innovative e rispondenti alla realtà”. Una ricchezza data anche dalla compresenza di Regioni appartenenti all’Unione europea da vecchia data con altre entrate di recente. “Per noi – osserva – è un’occasione per aprirci a queste nuove realtà, in un rapporto costante e costruttivo”. Che non sia però esclusivo: “Anzi, abbiamo intenzione di allargare l’accordo a Regioni dei Paesi entrati nell’Ue quest’anno, e persino a quei Paesi dell’area mediterranea, come il Nordafrica, la Turchia e i Balcani, con cui ci sono già rapporti di cooperazione e partenariato su alcuni progetti”.Questione di soldi. Fra gli scopi dichiarati dal protocollo, accedere ai finanziamenti europei. “Presentarsi ai bandi dell’Ue con progetti comuni – conclude Fenati – dà maggiori chance di ottenere i fondi”. Il fattore economico, però, è anche un limite per Vera Negri Zamagni, docente alla Facoltà di Economia dell’Università di Bologna. “Nel documento non si parla di quanto le Regioni vogliano investire: gli unici quattrini menzionati sono quelli europei”. Ma “i fondi comunitari vengono stanziati per finanziare nuove attività, e non quelle già esistenti”. Mentre sarebbe importante, secondo la docente, “la messa in rete dell’associazionismo giovanile, magari collegando tra loro realtà associative che, nelle diverse Regioni, hanno finalità o progetti analoghi”. Un impegno che, tuttavia, “richiederebbe un contributo economico che nel documento non è menzionato”.Nel merito del protocollo, osserva Negri Zamagni, “molto spesso accordi di questo tipo vengono costruiti artificialmente, senza un reale progetto alla base. Il loro obiettivo è esclusivamente accedere ai fondi dell’Ue”. La docente è scettica anche per quanto riguarda gli scambi di giovani: “Scambi efficaci – afferma – dovrebbero essere basati su interessi autentici, come avviene per l’Erasmus, e non limitarsi a qualche manifestazione dove magari non si conosce neppure la lingua del Paese ospitante”.Rischi e opportunità. Apprezzamento per “un provvedimento che va nella logica del network” viene invece espresso da Giulio Carpi, presidente di Creativ, realtà impegnata nella formazione di educatori e nella gestione di progetti educativi per i giovani. “Tale logica – sottolinea Carpi – è oggi cruciale per perseguire politiche ed è ancora più strategica per i giovani, che fanno fatica a darsi confini nazionali”. Tre, però, i rischi che emergono. “In primo luogo, quando si parla di coinvolgere i giovani, la barriera della lingua può impedire un reale scambio faccia a faccia”, limitando “una grande opportunità come quella del laboratorio di idee ed esperienze tra i giovani”. In secondo luogo “bisogna pensare a forme nuove per la reciproca collaborazione, che vadano al di là dei tradizionali meeting”. Infine, la generalità: “Nel protocollo si parla di molteplici campi”, conclude Carpi, mentre “sarebbe stato meglio concentrarsi su un paio di tematiche principali”.a cura di Francesco Rossi(18 aprile 2007)