Anche in Germania si segue con attenzione quanto accade in Turchia, a seguito delle grandi manifestazioni di piazza che hanno portato all’annullamento delle elezioni presidenziali. “Dopo la sentenza della Corte costituzionale, i costituzionalisti turchi corrugano la fronte. Ma da un punto di vista politico, la decisione di annullare le elezioni è la soluzione migliore per tutte le parti”, scrive Rainer Hermann sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung (3/5), che aggiunge: “Per ora è scongiurato un ulteriore inasprimento della lotta di potere”. “Le manifestazioni di massa di Ankara e più recentemente di Istanbul rispecchiano gli anni passati […] è vero che l’AKP ha avvicinato la Turchia all’Ue più di qualsiasi altro governo e la Turchia è più che mai distante dalla Sharia islamica. Tuttavia, la parte della società rappresentata dai dimostranti, attende un pronunciamento chiaro da parte di Erdogan, che dica che l’AKP non intendeva modificare la costituzione e toccare la natura secolarista della repubblica”. “Ora sono gli elettori turchi ad avere la parola”, scrive la Frankfurter Rundschau (2/5): “Si andrà allo scioglimento del Parlamento e alle nuove elezioni. Erdogan non dovrà temerle. Il conflitto con i militari potrà conoscere una vera e propria escalation dopo la consultazione elettorale, qualora il partito di Erdogan conquisti abbastanza seggi da poter modificare la costituzione senza il consenso dell’opposizione. Ciò potrebbe destare nuove paure di una progressiva islamizzazione”. Sulla Süddeutsche Zeitung (3/5), Christiane Schlötzer osserva: “Erdogan governa da quattro anni e mezzo e i successi sono grandi. Il reddito pro capite è raddoppiato, gli investimenti esteri sono a livelli di record e l’inflazione è bassa. Ciò non basta a risolvere i problemi attuali, originati dalle contraddizioni con cui il Paese convive da ben 80 anni”. “Piaccia o non piaccia è così: c’è una nuova e incredibile strategia della tensione in questo nostro Paese. Una strategia soprattutto mediatica e mirata a scavare, con un aratro storto e trascinato all’indietro, innaturali solchi di incomprensione e di diffidenza nella società italiana. Un’operazione pianificata da quanti ritengono di poter coltivare, in quei solchi tesi a dividere laici e cattolici, ambizioni politiche e raccolti elettorali”. E’ quanto rileva Marco Tarquinio nell’editoriale del quotidiano cattolico italiano AVVENIRE (03/05), con riferimento agli attacchi di questi giorni al presidente della Conferenza episcopale italiana, mons. Angelo Bagnasco, e alle pesanti critiche espresse nei confronti di Papa Benedetto XVI da un conduttore del concerto del 1° maggio. Per Tarquinio si tratta di “un progetto mediocre eppure potenzialmente devastante, come ha intuito ieri l’Osservatore Romano, perché anche la più risibile e maligna delle pretese – e tale è quella di mistificare l’impegno dei cattolici per l’affermarsi della cultura della vita e a difesa della famiglia – può diventare l’innesco di incendi non solo di parole”. “Il presidente della Repubblica, in significativa convergenza con il Segretario di Stato vaticano, ha saputo dire con serenità e chiarezza l’impossibilità di questo progetto divisivo. E continuare parlare con serenità e chiarezza è l’obiettivo ribadito della Chiesa italiana. Questa, e solo questa – conclude l’editorialista -, è la realtà del nostro Paese. E va rispettata”. “Per la prima volta nella storia della Francia, una donna è oggi nelle condizioni di conquistare democraticamente il simbolo stesso del potere politico, ossia l’Eliseo”. A Ségolène Royal, candidata al ballottaggio con Nicolas Sarkozy per le presidenziali del 6 maggio, il quotidiano francese LE MONDE (02/05) dedica un’analisi a firma Anne Chemin . Solo nel 1944 le donne hanno ottenuto nel Paese il diritto di voto, osserva Chemin, “e per lunghi anni i rapporti tra le donne e la politica sono stati segnati da una serie di occasioni mancate”. “Oggi, la legge sulla parità approvata dal governo Jospin nel 2000 ha permesso di femminilizzare la vita politica”: “nei consigli regionali e municipali di città con più di 3500 abitanti, le donne rappresentano ormai oltre il 45% degli eletti; ma, al contrario, il volto dell’Assemblea nazionale ha cambiato aspetto solo lievemente: Palazzo Bourbon conta solo il 12,3% di donne, ponendosi così all’88° posto nella classifica mondiale, molto dopo la Bulgaria, l’Etiopia, il Pakistan o il Senegal”. Per Chemin “la parità è in Francia ancora molto lontana” e “i partiti politici continuano a coltivare al proprio interno una cultura segnatamente maschile”. Nonostante i ritardi francesi, “in tutti i Paesi del mondo le donne si stanno a poco a poco imponendo sulla scena politica: nel 2007 le percentuale media delle donne nei parlamenti (17%) ha raggiunto un record storico”. “Se Royal sarà eletta presidente della Repubblica francese – rileva Chemin – entrerà , il 6 maggio, nel club – ancora molto ristretto – delle sette donne capo di Stato del pianeta”.”Anche il club delle donne capo di governo, cui appartiene Angela Merkel – conclude la giornalista – non conta che sette membri”.