Quotidiani e periodici europei

La stampa tedesca dedica ampio spazio alla condanna in Serbia dei colpevoli dell’assassinio del premier Djindjic. Sulla FRANKFURTER ALLGEMEINE ZEITUNG (24/05) si legge: “I giudici serbi hanno dimostrato di avere coraggio. Sebbene non siano mancati tentativi di intimidazione, essi hanno comminato la pena massima contro gli assassini dell’uomo che voleva far uscire la Serbia dalla palude politico-morale. Ciò che i giudici non hanno fatto, poiché non potevano permetterselo, è la condanna dello sfondo politico dell’assassinio”. Tuttavia, prosegue l’articolo “Da quel buio giorno di marzo a Belgrado, quando furono sparati i colpi contro Djindjic, di anno in anno diventa sempre più chiaro il fatto che nonostante i suoi errori, egli fosse per la Serbia una figura storica. Non si vedono politici di formato comparabile, all’orizzonte. Djindjic voleva portare il suo Paese nell’Ue e trasformarlo rapidamente in uno Stato europeo moderno. Ma la Serbia non l’ha tollerato. Il Paese si è dimostrato essere troppo piccolo per Djindjic. I suoi assassini non hanno potuto fermare il corso delle cose ma hanno riportato indietro la Serbia di anni”. E sulla FRANKFURTER RUNDSCHAU , Norbert Mappes Niediek parla di “segnale positivo” per l’esito del processo e commenta: “Si volta nuovamente pagina in Serbia”. “Con la sentenza finisce il terrore. Lo si spera: in Serbia circolano ancora molti altri assassini che nessuno chiama per nome. Ma da quando il partito di Djindjic ha ritrovato la guida e non è più considerato outsider, ci si augura che anche per i criminali di guerra la cuccagna finisca presto”. L’ultimo numero dell’edizione polacca del settimanale NEWSWEEK (21/05) dedica la copertina al noto scrittore Ryszard Kapuscinski che, per molti anni è stato collaboratore dei servizi di sicurezza del regime comunista. “Se non avesse acconsentito a collaborare non ci sarebbe stato il Ryszard Kapuscinski” spiega al settimanale un suo collega, anch’egli noto giornalista, Ernest Skalski . “I servizi di sicurezza erano uno degli elementi dello Stato che ci circondava allora da tutte le parti. Ovunque uno lavorava, lavorava per lo Stato: quando doveva ricorrere al medico, diventava il paziente dello Stato, quando andava in vacanza, andava in uno dei centri statali. Avere quindi dei contatti e dei colloqui con questo Stato e le sue autorità, era una cosa del tutto naturale. Ovviamente eravamo ben consapevoli che i servizi di sicurezza non erano uguali ai servizi sanitari, ma entrambi erano i servizi dello Stato. Negli anni ’60 a nessuno veniva in mente di rifiutare per una questione di principio un invito da parte dai servizi di sicurezza, come da parte di altri organi dello Stato”. Secondo Skalski, per Kapuscinski essere collaboratore “è stato il prezzo da pagare per poter essere il corrispondente dell’Agenzia polacca di stampa (Pap). La tessera di un’agenzia ufficiale gli ha aperto molte porte (…) Se non avesse lavorato alla Pap, non avrebbe scritto i suoi libri più importanti”. “E’ fiorente, ma letale”: così sul quotidiano britannico THE GUARDIAN (22/05) Mark Curtis titola un commento sui dieci anni di esportazioni di armi del governo Blair. “Nonostante la propaganda di una politica estera ‘etica’”, per Curtis “il potenziamento dell’esportazione delle armi e una forte industria di difesa” sono sempre stati “l’ambizione del Primo ministro”. La Gran Bretagna è oggi “il secondo esportatore di armi al mondo” anche “in 19 dei 20 Paesi indicati dal Rapporto annuale dell’Ufficio stranieri sui diritti umani come Stati a rischio”. Ma non c’è solo il guadagno – tra il mezzo miliardo e il miliardo di sterline l’anno – spiega il giornalista: “la vendita di armi sostiene la politica estera rafforzando le relazioni con alleati chiave, che sono spesso élites repressive”. Se “una politica estera realmente etica dovrebbe prevedere la sospensione delle esportazioni dei prodotti dell’industria bellica”, almeno, auspica Curtis, si ponga lo stop “alle esportazioni verso Paesi che violano i diritti umani”. “E’ davvero mai esistito il Libano, terra benedetta dall’armoniosa coabitazione tra comunità e religioni?… Ogni giorno e da troppo tempo, ahimé, il Paese si è allontanato da questa immagine idilliaca” osserva Dominique Quinio nell’editoriale del quotidiano cattolico francese LA CROIX (23/05). “L’attuale fiammata di violenza – rimarca – trova il suo combustibile” nei campi palestinesi “dove sopravvivono da decenni i rifugiati dei conflitti israelo-palestinesi e i loro discendenti. In queste sacche di precarietà, i reclutatori dei movimenti più fondamentalisti non fanno fatica a sedurre militanti pronti a morire. La povertà, l’inattività, l’assenza di futuro alimentano l’odio”. In questo scenario “gli occidentali e l’Onu fanno pressioni affinché la giustizia internazionale possa giudicare i crimini politici commessi in Libano, tra cui l’assassinio di Rafic Hariri. Un intervento internazionale che in Medio Oriente non piace a tutti”. E intanto, “molti interessi stranieri fanno la guerra per procura. I libanesi, da parte loro, la vivono in diretta”.