“La cappellania è uno dei grandi spazi della vita ecclesiale. Nella società, la prigione è considerata come una messa ai margini – osserva mons. Jean-Pierre Grallet, neoarcivescovo di Strasburgo e vescovo accompagnatore della Cappellania cattolica delle carceri – mentre con la presenza delle cappellanie lo sguardo si rovescia e il carcere è un luogo i cui membri sono al centro della nostra vita di Chiesa”. Così il presule introduce il documento “Sanzione, pena, reinserimento”, pubblicato di recente dalla Cappellania cattolica delle carceri e rivolto, in particolare, ai detenuti. Per il cappellano generale Jean-Louis Reymondier, “oggi le persone che vivono all’esterno sono più disponibili a comprendere ciò che accade in prigione. Noi – spiega in merito al documento – certamente denunciamo le condizioni di vita nei penitenziari, ma vogliamo soprattutto interrogarci sul senso da dare alla giustizia e rispondere alla domanda: perché il carcere?”. “Il delinquente è ridotto ad un pericolo dal quale occorre proteggersi – sottolinea il testo -. Per proteggersi occorre rinchiuderlo, a lungo, anche a costo di ingiustizie”. In questa prospettiva “la prigione assume un ruolo di controllo e di isolamento”. Partendo dalla convinzione che “una società non può vivere a rischio zero”, il cappellano generale spiega che “chi viene recluso in carcere è in seguito destinato ad uscirne”. Di qui “la necessità di prepararlo al suo nuovo inserimento nella società”. In questo consiste il ruolo delle équipes operanti presso le cappellanie: “Occorre evitare – sono ancora parole di Reymondier – che il detenuto, una volta rimesso in libertà, si trovi a confrontarsi con il freddo glaciale della solitudine. Durante la detenzione occorre pertanto accompagnarlo in un percorso di riconciliazione, affinché faccia verità con se stesso nel segreto della propria coscienza”. Così la prigione può divenire “un luogo di esperienza pasquale: dalla morte sociale ad una vita nuova”.