europa e pvs
Baden-Württemberg, Catalogna, Lombardia, Rhônes-Alpes
La cooperazione per gli aiuti ai Paesi in via di sviluppo fra quattro delle Regioni più avanzate d’Europa e il ruolo fondamentale delle ong. Di questo si è parlato nel convegno “Quattro motori per l’Europa e cooperazione allo sviluppo esperienze a confronto”, svoltosi a fine maggio a Milano. I “quattro motori” d’Europa sono la Lombardia per l’Italia, la Catalogna per la Spagna, la Rhône-Alpes per la Francia e il Baden Württemberg per la Germania. L’associazione è nata il 9 settembre 1988 con l’obiettivo di realizzare azioni collettive nei settori che competono alle amministrazioni regionali. Per quanto riguarda le organizzazioni non governative è venuto emergendo il loro indispensabile ruolo di ponte nella cooperazione decentralizzata per far pervenire l’aiuto delle nazioni più ricche a quelle più povere. IL RUOLO DELLE ONG. Sottosegretario alle relazioni internazionali della regione Lombardia, ROBERTO RONZA, ha ben chiara l’importanza delle ong: “La Lombardia è sempre stata attenta al mondo delle organizzazioni non governative e agli importanti servizi che rendono. Ad esempio l’India dopo lo tsunami non accettava aiuti statali, ma siamo riusciti comunque ad intervenire in quel Paese tramite il finanziamento delle ong”. Fra il 1996 e il 2000 la Regione Lombardia ha speso 7 milioni di euro per finanziare circa 90 progetti. “Oggi – assicura Ronza – investiamo 6 milioni di euro all’anno per il finanziamento di 60 progetti”. A regolare la materia in Italia è la legge n. 49 del 1987, una norma che si limita a menzionare gli enti autonomi solo in quanto possibili suggeritori di iniziative ma non tratta esplicitamente della cooperazione decentrata. Tale carenza ha indotto il Governo alla presentazione del disegno di legge delega per la riforma della cooperazione allo sviluppo, dove si auspica il riconoscimento della funzione della cooperazione decentrata. Secondo ARTURO ALBERTI , rappresentante dell’Associazione ong italiane, la proposta avanzata “è ancora oscura su come verranno assegnati i fondi e sui nessi fra programmazione e controllo”. IN EUROPA. In Francia a disciplinare la cooperazione decentrata ci ha pensato la legge del 6 febbraio 1992 relativa “all’amministrazione territoriale della Repubblica” che permette agli enti locali di stabilire rapporti di partenariato con i loro omologhi nei paesi esteri. “La cooperazione – dichiara JEAN-PHILIPPE BAYON , vicepresidente della cooperazione decentralizzata del Rhône-Alpes – non è di competenza statale, sono le regioni che si devono attivare da sole. Noi abbiamo deciso di creare una voce nel bilancio appositamente per la cooperazione decentralizzata che si aggira attorno ad 1,5 milioni di euro”. La vasta autonomia amministrativa di cui godono i länder tedeschi ha permesso di investire nel 2003 650 milioni di euro nella cooperazione decentrata. Ma questa cifra si rivela destinata solo in minima parte a progetti di cooperazione allo sviluppo: ben 608 milioni consistono in sovvenzioni e scholarship (borse di studio) per studenti dei paesi del Sud del mondo. E RALPH GRIESE , rappresentante della piattaforma ong del Baden Wuttemberg, lancia l’allarme: “Dal 2007 il Baden Württemberg non stanzia più fondi per la cooperazione. Nonostante siamo una delle regioni più ricche della Germania e d’Europa, il nostro contributo è pari a zero”. APPROCCIO INNOVATIVO. La Spagna ha regolamentato la materia con la legge 23/1998 sulla “Cooperazione internazionale per lo sviluppo”. La norma prevede tra gli “organi competenti per la formulazione e la esecuzione della politica spagnola per la cooperazione internazionale” le Comunità autonome e gli enti locali in quanto espressioni delle rispettive società civili. “La Catalogna – spiega DAVID MINOVES , direttore dell’Agenzia catalana di Cooperazione della Catalogna – ha votato l’attuale legge sulla cooperazione allo sviluppo nel 2001. Da allora abbiamo assistito a una brusca impennata del budget assegnato al settore. Nel 2003 ammontava a 24,9 milioni di euro. Nel 2007 siamo arrivati a 52 milioni e l’obbiettivo è raggiungere i 130 milioni nel 2010 per assegnare lo 0,7% del Pil alla cooperazione per lo sviluppo”. Di pari passo con le nazioni più ricche si è mosso l’Onu, che nel 2000 ha ratificato gli otto “Obiettivi del millennio” (“Millennium development goals”), documento nel quale si legge: ridurre del 50% la povertà estrema nel mondo; assicurare per tutti almeno l’istruzione primaria; promuovere la parità tra i sessi; ridurre drasticamente la mortalità infantile e ridurre l’epidemie di gravi malattie infettive. “L’approccio innovativo – dice MARTA GUGLIELMETTI , responsabile per l’Italia della campagna Millennium goals – è rappresentato dalla firma di una partnership fra Nord e Sud del mondo con obiettivi precisi. La scadenza è fissata al 2015 e per la prima volta saremo in grado di trarre delle conclusioni concrete”.