CCEE: universitÀ
A confronto 2500 docenti universitari di 44 Paesi europei
“Fino a quando la fede cristiana sarà viva e riuscirà a generare cultura, né la riduzione dell’uomo alla natura né una prospettiva totalmente relativistica o nichilistica potranno affermarsi pienamente”. Ne è convinto il card. Camillo Ruini, vicario del Papa per la diocesi di Roma, intervenuto all’incontro europeo dei docenti universitari, in corso a Roma (fino al 24 giugno) sul tema: “Un nuovo umanesimo per l’Europa. Il ruolo delle università” . Secondo Ruini, “la questione dell’uomo è, per l’uomo stesso, certamente inevitabile”, ma “nella risposta che diamo alla domanda sull’uomo influiscono le nostre opzioni e il nostro personale coinvolgimento”: “Nessuno pertanto, credente o non credente, relativista o non relativista, scienziato o filosofo o teologo – ha affermato il cardinale – può presumere di essere esonerato da questa condizione umana e ritenere le proprie convinzioni riguardo all’uomo puramente ‘neutrali’ e ‘laiche’, contestando soltanto agli altri di procedere sulla base di opzioni precostituite, o addirittura di pregiudizi”. All’iniziativa, promossa dal Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa e organizzata dall’Ufficio per la pastorale universitaria del Vicariato di Roma, partecipano oltre 2.500 docenti provenienti da 44 paesi. Un “codice genetico”. “In un mondo attraversato da troppi conflitti, e tuttavia sempre più intercomunicante e interdipendente – ha proseguito Ruini – la fede cristiana e l’umanesimo che da essa scaturisce si trovano messi a confronto, in termini nuovi e spesso difficili, con altre grandi e antiche religioni e civiltà che stanno emergendo, o meglio riemergendo, sulla scena mondiale”. Secondo il cardinale, dunque, “per la costruzione di un futuro che sia il più possibile buono, pacifico e vivibile per tutti, è decisivo che quei popoli i quali hanno la loro fondamentale matrice culturale nel cristianesimo non abdichino al proprio ruolo storico e lo svolgano nella fedeltà al proprio ‘codice genetico’”. L’umanesimo cristiano, ha ricordato il porporato, “ci dà una precisa immagine e interpretazione dell’uomo, capace però di incarnarsi nelle più diverse situazioni e contesti storici, conservando la sua specifica fisionomia”. Per questo – ha osservato Ruini – “il cristianesimo è generatore di culture e di civiltà che sono assai differenziate e mantengono tuttavia una parentela e una somiglianza inconfondibili”. I rischi del “post-umanesimo”. “L’interpretazione naturalistica dell’uomo non è soltanto incompatibile con la fede cristiana”, ma “comporta un autentico capovolgimento del punto di partenza della modernità”, che “pone fine all’umanesimo” ed apre una fase “postumanistica” nel clima culturale attuale, caratterizzato anche da fenomeni come il “primato del corpo” e dalle due tendenze generali dominanti del “relativismo” e dell'”agnosticismo”. “Il rifiuto dell’interpretazione naturalistica dell’uomo – ha precisato tuttavia Ruini – non può essere l’ultima parola della fede cristiana, rispetto alla nuova questione antropologica”. Questo perché, secondo il cardinale, “l’umanesimo cristiano non sottintende in alcun modo una qualche forma di avversione nei confronti delle scienze empiriche”: al contrario, il programma “tipicamente umanistico” di “allargare gli spazi della razionalità”, proposto con forza da Benedetto XVI, “favorisce un genuino sviluppo delle scienze, liberandole dal pericolo, sempre presente, di restare prigioniere del riduzionismo scientista”. Bioetica, persona e globalizzazione. “La tentazione di selezionare gli embrioni in base al profilo genetico apre potenziali scenari eugenetici, nei confronti dei quali sarà necessario vigilare”. A lanciare il grido d’allarme è stato il genetista Bruno Dallapiccola, secondo il quale “Il dibattito sulle ricadute sociali, etiche e legali della nuova genetica alla “rivoluzione genetica” la medicina dei prossimi anni “dovrà guardare come ad una straordinaria opportunità in grado di migliorare il controllo delle malattie e di accrescere il benessere individuale, a patto che l’informazione e la presa di coscienza da parte della popolazione ne controllino gli abusi e i potenziali rischi”. Le università “più adatte” a rispondere alle sfide della “globalizzazione della produzione” e della “diffusione del sapere” sono quelle “capaci di essere molto aperte al mondo” e nello stesso tempo di testimoniare “un radicamento profondo in una storia, in una cultura, in una società nazionale o regionale”. Lo ha detto Michel Wieviorka, della Scuola di studi Superiori di Scienze sociali (EHESS) di Parigi; a fargli eco Peter Koslowski, della Libera Università di Amsterdam, auspicando che “la riflessione antropologica e teologica si stimolino reciprocamente in una più profonda comprensione della persona”, a partire dalla tradizione del personalismo cristiano.