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A velocità ridotta

Europa: il cammino dopo il vertice di Bruxelles

Spenti i riflettori sul summit del 21 e 22 giugno, quale bilancio se ne può trarre? Il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto? Domande non superflue, queste, visto che i 27 leader protagonisti del vertice hanno provato a rispondervi, ciascuno dal proprio punto di vista.Quei capi di Stato e di governo che giudicano l’incontro – decisivo per sbloccare lo stallo determinato dal “no” francese e olandese alla Costituzione – in base alle premesse dell’immediata vigilia, parlano di un “successo”, di un “onorevole compromesso”, oppure di “un buon punto di equilibrio”. I leader che invece tirano le somme dell’evento alla luce di più esigenti attese circa l’integrazione comunitaria sentenziano, pur con differenti sfumature, un sostanziale fallimento.Come quasi sempre accade, la realtà sta nel mezzo. Certamente dopo il Consiglio europeo dello scorso fine settimana non si parlerà più di Costituzione. Ciò nonostante l’enfasi degli ultimi anni, delle promesse e degli impegni assunti verso i cittadini, di un testo approvato a Bruxelles nel giugno 2004 e firmato solennemente a Roma nell’ottobre successivo dai massimi esponenti politici di tutti gli Stati aderenti. Senza trascurare le 18 ratifiche già portate a termine contro due sole bocciature e l’atteggiamento attendista di altri 7 governi. Sui “valori di fondo” e sui “grandi obiettivi” proclamati dal Trattato costituzionale scende il silenzio (basti vedere il trattamento riservato alla Carta dei diritti fondamentali); le ambiziose riforme auspicate dalla Convenzione vengono sostituite da decisioni low profile; la politica estera e la libera concorrenza economica restano, per ora, sulla soglia dell’Ue. Persino i simboli dell’Unione (inno, bandiera, motto), sanciti dalla Carta “prepensionata”, vengono accantonati, con buona pace degli altisonanti proclami sulla necessità di avvicinare le istituzioni Ue ai cittadini europei.D’altro canto il summit, condotto con tanta pazienza e fiuto diplomatico dalla cancelliera tedesca Angela Merkel, dà il via libera a una Conferenza intergovernativa che, entro l’autunno e sotto presidenza portoghese, dovrà stendere un nuovo trattato, da fare entrare in vigore entro il 2009, in grado di emendare quelli esistenti e di far ripartire la macchina Ue. Il mandato della Cig è sufficientemente chiaro. Essa dovrà produrre un testo giuridico “asciutto”, che contenga poche ed essenziali riforme: acquisizione della personalità giuridica, che consenta all’Ue di rappresentare gli Stati sulla scena internazionale (ma senza un seggio unico all’Onu); sistema di voto per il Consiglio basato sulla doppia maggioranza (55% degli Stati in rappresentanza del 65% dei cittadini), a regime solo nel 2017; riduzione delle materie in cui è possibile esercitare il diritto di veto; presidente del Consiglio “stabile”, in carica per due anni e mezzo; Alto rappresentante per la politica estera (l’ambiziosa formula del “ministro degli esteri Ue” è stata sonoramente bocciata); Commissione più snella; rafforzamento del ruolo del Parlamento di Strasburgo e dei parlamenti nazionali nel processo legislativo. In sostanza l’Unione europea rallenta i motori sul piano dell’integrazione; gli Stati membri continueranno a cederle parti di sovranità, ma a un ritmo molto più blando di quanto sperato dagli “euroentusiasti” e dai federalisti. E mentre il resto del mondo (a partire da Usa, Cina, India, Brasile…) accelera il passo, l’Europa dei 27 tira il freno a mano, pur sapendo che le grandi sfide globali – dalla democrazia alla pace, dall’economia alla demografia, dalla sicurezza ai cambiamenti climatici – non faranno sconti ai ritardatari.