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Un’Europa lungimirante

I problemi non si affrontano con il pessimismo

L’Europa è in crisi. Tutti i giornali lo ripetono. Si parla di un’Europa bizantina, divisa, di una contrapposizione di egoismi, di un’Europa che non sa ciò che vuole, né dove andare, e neppure da dove viene, dal momento che rifiuta di riconoscere le proprie radici più evidenti. Questa visione pessimista ed anche disperante viene trasmessa giorno dopo giorno dai media che pongono l’accento, quasi esclusivamente, su quello che non va. Nel migliore dei casi, l’Europa è ignorata e non se ne parla affatto. Non è evidentemente possibile negare i problemi. E tuttavia! Quale cammino è stato percorso dai 50 anni del Trattato di Roma firmato da 6 Paesi, e dai 60 anni del Piano Marshall! Chi avrebbe potuto immaginare, tra i sopravvissuti della seconda guerra mondiale, che in meno di mezzo secolo, l’Europa sarebbe stata pacificata, sarebbe cioè divenuta uno spazio di pace all’interno del quale la guerra è diventata anche inimmaginabile? Che essa avrebbe costituito uno spazio unificato dall’Atlantico alla Russia, all’interno del quale le frontiere non sarebbero state più ostacoli e le persone e i beni avrebbero potuto circolare liberamente, dove buona parte dei suoi Stati si sarebbe dotata di una moneta unica, dove si sarebbe stabilita un’autentica solidarietà tra le regioni, uno spazio dominato dalla democrazia?Certamente vi sono dissidi, gli egoismi nazionali continuano ad esprimersi; i limiti della costruzione sono evidenti: poca difesa comune, assenza di diplomazia comune, molta tecnocrazia, pochi ideali. Ma non è meno palese che le realizzazioni e i progressi sono enormi. L’Europa si è progressivamente allargata da 6 a 9, poi a 12, a 15, infine a 25 e a 27. Ciò pone considerevoli problemi, di equilibrio e di funzionamento, probabilmente perché gli allargamenti, soprattutto gli ultimi, sono avvenuti senza sufficienti precauzioni. Essi nondimeno esprimono un formidabile progresso della pace (fine della guerra fredda), della democrazia con la scomparsa di dittature insopportabili e con lo smantellamento della vergognosa cortina di ferro sulla quale sono state assassinate migliaia di persone che sognavano la pace e la libertà.Ciò che oggi manca all’Europa, e individualmente ai suoi dirigenti, è proprio la conoscenza della sua profondità storica, e la visione ideale dei suoi fondatori che, all’indomani della guerra, quando i Paesi europei sarebbero potuti ripiombare nel baratro del nazionalismo, del desiderio di vendetta e di odio, hanno visto lontano e in grande. Oggi occorre proseguire, senza dimenticare alcuni principi di base: l’importanza insostituibile del motore franco-tedesco, senza il quale non si fa nulla; il riconoscimento e il rispetto delle culture nazionali: l’Europa non è una sorta di macchina che uniforma; il pragmatismo e la prudenza che non escludono l’ideale.Bisogna accettare l’idea che occorre tempo per riunire nazioni che hanno ciascuna alle spalle una storia lunga, talvolta gloriosa, talvolta caotica, una lingua, una cultura, delle tradizioni, una visione del mondo. Tutto ciò è pesante da gestire. Sono serviti quasi 15 anni per arrivare al Trattato dell’Eliseo (1963) e riconciliare definitivamente Francia e Germania. La storia recente, dal fallimento della Ced (1954) a quello dei referendum sul progetto di Trattato costituzionale in Francia e in Olanda (2005), mostra che ogni volta che si è voluto andare troppo in fretta e troppo lontano, si è finito per retrocedere.Si deve condividere il pessimismo dei media? Certamente no. Ma occorrono progetto, prudenza, visione politica e convinzioni. Gli europei non possono dimenticare che, in un mondo lacerato da tanti drammi umanitari, da tante guerre e violenze, l’Europa è un modello ed un esempio. Mai nella storia dell’umanità gli Stati avevano deciso di girare le spalle ai loro destini di conflitti, per costruire uno spazio di prosperità, di pace e di libertà.