Parole di speranza

VERONA CONTINUA

L’uomo, via della Chiesa e passione di un Dio che è amore. È questo il centro attorno al quale ruota il documento con cui i vescovi italiani riconsegnano alle diocesi il Convegno nazionale di Verona dell’ottobre scorso, il quarto dal Concilio ad oggi. La Nota pastorale, che corona due anni di lavoro, dice chiaramente qual è la vera scelta di campo della Chiesa: “Il nostro interesse – afferma – è metterci a servizio dell’uomo perché l’amore di Dio possa manifestarsi in tutto il suo splendore”. I vescovi riconoscono i “segni di speranza presenti nel nostro tempo”, e manifestano “una Chiesa che, alla scuola del suo Signore, pronuncia il proprio sì a ciò che di bello, di grande e di vero appartiene all’umanità di ogni persona e della storia intera”.

Non sono questi i toni di una Chiesa unicamente preoccupata di chiamare a raccolta i suoi fedeli in difesa dell’identità cristiana, come alcuni si ostinano a scrivere. Anzi. L’Italia per loro è terreno favorevole e cantiere aperto. Come del resto la stessa comunità ecclesiale, da oltre dieci anni impegnata in una “conversione missionaria” di cui Palermo ha indicato la necessità e Verona la strada. Quella, cioè, di mettere la persona e la sua vita quotidiana al centro dell’azione ecclesiale, ridisegnando i cammini di fede e la stessa organizzazione pastorale in modo da far risaltare ciò che è davvero essenziale.

Esce dunque rafforzata la scelta delle esperienze fondamentali della vita – l’amicizia e l’amore, il lavoro e la festa, la fragilità, l’educazione e la vita sociale – come alfabeto per pronunciare parole di Vangelo, comprensibili e congeniali all’uomo di oggi. Far risaltare la fecondità che scaturisce dall’incontro tra il vissuto umano e la sapienza di Dio è il compito del “progetto culturale”, cui si chiedono soprattutto luoghi e occasioni per avvicinare la prospettiva cristiana alla vita e alle domande delle persone. È questa la via “veronese” dell’evangelizzazione: riproporre in modo semplice, ma argomentato e coraggioso, la bellezza e la vivibilità della fede, forti di una speranza capace di illuminare di significato i fatti quotidiani e di accompagnare fin oltre la porta della morte.

Dall’Arena di Verona rimbalza sulle pagine della Nota anche l’urgenza di “accelerare l’ora dei laici”, attraverso un forte investimento sulla formazione delle coscienze e una più decisa corresponsabilità nella missione ecclesiale. Dietro all’indicazione di una “pastorale sempre più integrata” non è difficile scorgere la domanda diffusa di un superamento della frammentazione e dell’autoreferenzialità che talvolta ancora resistono nelle comunità. I vescovi insistono sul bisogno di relazioni mature e sulla capacità di “fare rete”, sull’esempio degli organismi di coordinamento che vedono, da qualche tempo, le molteplici realtà del laicato aggregato convergere e collaborare.

Senza alcuna pretesa di dettare l’agenda al Paese, la Chiesa italiana non si sottrae alla responsabilità di pronunciare parole chiare e operare “per lo sviluppo di tutti gli uomini e di tutto l’uomo”, indicando le sfide più insidiose dell’attualità: quella educativa in primo luogo, quindi il dialogo interreligioso e le questioni etiche, che provocano forti tensioni ma sono anche un terreno d’incontro con quanti hanno a cuore il bene integrale della persona e della convivenza sociale. Nessuna trincea o crociata all’orizzonte, semmai la ricerca di estese alleanze in nome dell’uomo.

Sono soprattutto parole di speranza quelle che escono oggi dalla penna dei vescovi, in una lettera scritta con l’inchiostro dell’amicizia e della responsabilità. Venti pagine per rileggere la storia alla luce della risurrezione di Gesù e dare nuova linfa a quel cristianesimo popolare che feconda l’Italia, pronti a scommettere che il nostro futuro ha tutto da guadagnare da questo dialogo di “sì” tra Dio e l’uomo.

Ernesto Diaco

(01 luglio 2007)