MESSA IN LATINO
“Il significato del Motu Proprio sull’uso della liturgia romana anteriore alla riforma effettuata nel 1970, firmato dal Papa il 7 luglio, può essere colto da quanto lo stesso Benedetto XVI scrive nella Lettera inviata a tutti i vescovi, con cui accompagna il testo del documento e che egli stesso indica come la sua ragione positiva e, cioè, giungere ad una riconciliazione interna nel seno della Chiesa”. Così mons. Marcello Semeraro, vescovo di Albano, spiega, in un’intervista al Sir, il senso e il significato del “Summorum Pontificum”, le cui norme entreranno in vigore il 14 settembre. “Il Papa – spiega mons. Semeraro – cita esplicitamente, nella Lettera, il movimento guidato dall’arcivescovo Marcel Lefebvre, riconosce che “la fedeltà al Messale antico divenne un contrassegno esterno” di una separazione le cui ragioni sono ben più profonde e sa pure molto bene che i tentativi di riconciliazione fatti sino ad oggi non sono riusciti. Benedetto XVI guarda pure a quanti per diverse ragioni desiderano “ritrovare la forma, a loro cara, della sacra Liturgia. Sono questi – conclude – i fatti che, nella Lettera, il Papa indica all’origine della sua iniziativa”. Dal canto suo il vescovo di Ivrea, mons. Arrigo Miglio invita a sgombrare il campo da ogni falsa interpretazione e da ogni “sentito dire” sul Motu Proprio: “non si tratta di un altro Rito, ma di una forma, oggi lasciata in uso come straordinaria, dell’unico Rito Romano”. Anzi nella Chiesa latina esistono anche altri Riti, “a Milano il Rito Ambrosiano, a Toledo il Rito Mozarabico”. “L’uso del Messale più antico viene permesso non per soddisfare curiosità o altre esigenze personali ma per il bene spirituale dei fedeli, come precisa in più punti Benedetto XVI. Non vuole dunque essere, e non deve diventare, una sconfessione del Concilio Vaticano II e delle riforma liturgica approvata da Paolo VI”. “E’ questa l’occasione per un serio esame di coscienza su come viviamo la nostra fedeltà alla riforma liturgica, superando approssimazioni, pigrizie e abitudini o visioni privatistiche della liturgia. Invito, dunque, a conoscere direttamente i testi, sia il Concilio, sia le indicazioni successive, sia questo documento di Benedetto XVI, non accontentandoci dei titoli giornalistici o dei ‘sentito dire'”.