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In mezzo ai due “grandi”

L’Europa e i missili di Bush e Putin

Negli ultimi mesi le relazioni fra gli Stati Uniti e la Russia, o meglio fra un Bush e un Putin che stanno sparando le loro ultime cartucce prima di lasciare entrambi il potere l’anno prossimo, non tendono al meglio. Si va dalle accuse generali di deficienza di democrazia da un lato, alla replica di unilateralismo e perfino di imperialismo dall’altro. Poi ci sono le tensioni all’interno dei Paesi confinanti con la Russia, dalla Ucraina alla Georgia, dove ormai si è formato un bipartitismo accanito e pronto a scendere in piazza ad ogni piè sospinto fra un partito filoccidentale e un partito filorusso. Senza dimenticare il Kosovo e la Serbia. Ma la questione più scottante che ha fatto addirittura parlar di un possibile ritorno alla guerra fredda e addirittura della ripresa di una corsa agli armamenti fra Est e Ovest è senza dubbio la decisione occidentale di piazzare dieci postazioni antimissili in Polonia e un radar collegato in Cecoslovacchia. Da sempre i russi considerano ogni sistema difensivo antimissile come un sistema offensivo. Perciò Putin ha dichiarato che basi antimissili poste a ridosso del confine russo sarebbero una minaccia contro il suo Paese. In realtà le postazioni previste in Polonia e in Cecoslovacchia sono presentate come una difesa contro una potenziale minaccia proveniente dall’Iran. Finora di questo programma di intercettazione in volo di un missile nemico è certo solo il suo costo: nove miliardi di dollari all’anno. E d’altra parte moltissimi dubitano che l’Iran sia capace di costruire un missile in grado di raggiungere l’Europa prima del 2015. E nelle ultime settimane Teheran appare più disponibile a collaborare con l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) per far controllare i suoi programmi di sviluppo del nucleare.La Russia, dopo il crollo del muro di Berlino ha dovuto subire l’umiliazione di vedere entrare nella Nato i suoi alleati del defunto Patto di Varsavia, di assistere alla costruzione di basi americane in Romania e in Bulgaria e al sorvolo da parte degli aerei Nato di quei Paesi baltici che quindici anni fa erano un pezzo dell’Unione Sovietica. Il presidente russo, in alternativa alla dislocazione di missili in Polonia e del radar in Cecoslovacchia ha proposto l’uso dell’Azerbajan e addirittura di Mosca. Questa proposta tende ad inserire anche la Russia nel quadro della stessa rete che dovrebbe difendere l’America. Se non si tratta di un diversivo propagandistico l’idea di una simile collaborazione fra le due superpotenze, anche se passata quasi inosservata, può avvicinarsi per novità e importanza a quel piano Baruch che fu sessanta anni fa l’unica vera anche se sfortunata proposta che poteva stoppare sul nascere la corsa agli armamenti e la guerra fredda. La Russia oggi forse non è in grado di sostenere economicamente una nuova gara di riarmo con Stati Uniti. E tuttavia di tutto oggi c’è bisogno fuorché una nuova corsa agli armamenti anche perché disgraziatamente questa corsa c’è già. Negli ultimi dieci anni le spese militari nel mondo sono cresciute di quasi il 40%. Ormai hanno raggiunto nel 2006 i 1.204 miliardi di cui quasi la metà coperti dagli Stati Uniti. E’ una cifra che equivale a 184 dollari per ogni abitante del pianeta. Per i due miliardi di uomini che vivono con meno di due dollari al giorno questa statistica equivale alla metà del loro reddito annuale. Mentre nel frattempo il totale globale degli aiuti allo sviluppo con più di 100 miliardi di dollari all’anno si ferma a poco più di un decimo del totale delle spese militari del pianeta. L’Europa dirà qualcosa ai due “grandi”?