EUROPA E CULTURE
Il ruolo del cristianesimo nella ricerca di “valori condivisi”
“Un preludio dell’Anno europeo del dialogo interculturale”(2008): questo, dichiara al SIR JACQUES SANTER , già presidente della Commissione europea, oggi presidente della Fondazione Robert Schuman, ha voluto essere il Colloquio internazionale che si è tenuto nei giorni scorsi a Lussemburgo su “L’identità europea e le sfide del dialogo interculturale”, promosso dall’Istituto internazionale Jacques Maritain di Roma, dall’Istituto Italiano di cultura e dall’Istituto Pierre Werner di Lussemburgo. “Occorre riflettere profondamente sulla nuova fisionomia dell’Europa, che sta diventando, giorno dopo giorno, sempre più multietnica e multireligiosa” prosegue Santer, al quale Maria Lyra Traversa, a nome di SIR Europa, ha posto alcune domande. All’assemblea ecumenica di Sibiu, il presidente della Commissione Barroso ha affermato che le Chiese cristiane hanno un ruolo molto importante nella costruzione dell’integrazione europea. Quale può essere il loro compito nel dialogo interculturale? “I valori condivisi costituiscono il collante del continente europeo come insieme di diversità. In questo scenario, le Chiese possono svolgere un ruolo fondamentale testimoniando con il proprio esempio il rispetto della diversità, e promuovendo questi valori condivisi attraverso, innanzitutto, la tutela dei diritti umani. Un ulteriore punto da sottolineare è la convergenza verso cui si stanno dirigendo le Chiese cristiane. In un’Europa a 27, la Chiesa ortodossa è molto più presente di prima, e il continente appare in decisa marcia verso l’ecumenismo. Dialogo e cooperazione tra Chiese: ecco il modo migliore per esercitare una convincente testimonianza di rispetto della diversità e dei diritti umani”. Per un autentico dialogo interculturale le parti devono possedere un’identità ben precisa. Esiste questa pre-condizione in Europa? Come definire il concetto d’identità europea? “Si tratta di un concetto estremamente difficile da afferrare e da descrivere. Mi rifarei alla definizione di Paul Valéry, secondo la quale lo spirito europeo nasce da una triplice eredità: quella di Roma e quindi il diritto romano, quella di Atene e dunque la filosofia e l’amore per la conoscenza, e quella di Gerusalemme, ossia il cristianesimo. E’ la triade ragione, legge e morale, alla base della civiltà europea; principio che si fonda su valori comuni e va pertanto oltre le frontiere”. Il motto europeo, contenuto nel Trattato cositituzionale, è “uniti nella diversità”. In effetti, l’identità europea si basa su una ricchezza culturale, religiosa ed anche su dei valori condivisi. Che ruolo ha avuto e dovrà avere il cristianesimo nella definizione di questa identità? “L’apporto del cristianesimo alla definizione dell’identità europea è innegabile. Oggi esso può contribuire a promuovere e consolidare i valori consacrati nella Carta dei diritti fondamentali, testo che pone l’accento, in particolare, sulla dignità della persona umana e sulla solidariétà, due pilastri della religione cristiana”. Quando si parla di dialogo interculturale e d’integrazione in Europa, ci si riferisce sopratutto alle relazioni col mondo islamico. Quali sono altre culture con cui bisognerebbe “parlare” di più? “L’islam, con i suoi milioni di musulmani presenti in Europa, è oggi parte integrante del continente. Occorre pertanto consolidare il dialogo con queste comunità. Nello stesso tempo, però, bisogna guardare ai nuovi attori emergenti sulla scena mondiale, ad altri Paesi Terzi ai quali l’Europa si sta ‘avvicinando’, come il continente asiatico e, in particolare, l’India. Anche con le loro culture l’Europa deve instaurare un dialogo permanente, e quindi confrontarsi con l’induismo e il buddismo”. Negli Stati membri Ue convivono diverse culture. Secondo Lei ce n’è uno, o più di uno, che potrebbe essere guardato come esempio di integrazione riuscita e rispettosa delle diversità culturali? “è difficile indicarne uno in particolare. Tutti i Paesi Ue si confrontano in diversa misura con le problematiche dell’immigrazione e dell’integrazione, e ovunque si registra con queste nuove comunità un buon livello di dialogo, che ha come punto di partenza la consapevolezza e il rispetto della diversità. Alcuni Paesi hanno strutturato questo dialogo in convenzioni, in altri esso è meno strutturato. È tuttavia comune la consapevolezza che tale dialogo debba investire tutti i livelli. Se è vero che è la dimensione nazionale ad essere responsabile dell’integrazione, tutti i Paesi devono collaborare in una duplice dimensione: tra loro con lo scambio di buone pratiche, e con la stessa Unione europea. L’Ue può infatti facilitare il dialogo tra gli Stati membri”. Quali sono i principali ostacoli alla crea-zione di un’identità culturale europea? “La maggiore difficoltà è senza dubbio la resistenza psicologica, un certo conservatorismo. Ognuno deve prendere coscienza della necessità di condividere alcuni valori con i propri vicini, e che questi valori possono essere diversi. Bisogna superare tutti gli estremismi, di destra, di sinistra”.