Il tempo della franchezza

Le prospettive del dialogo

È passato un mese dall’Assemblea ecumenica europea di Sibiu che ha visto riunirsi dal 4 al 9 settembre nella città romena 2.500 delegati di tutte le Chiese d’Europa. Abbiamo chiesto al pastore Luca Negro, segretario per le comunicazioni della Kek, di tracciare un suo bilancio sull’incontro ma anche di riflettere sulle prospettive che si aprono nel dialogo tra le Chiese dopo l’esperienza di Sibiu. Ad un mese di distanza, quindi a mente fredda, quale bilancio? “Nonostante le tensioni in campo ecumenico, è andata bene, nel senso che è stato un grande incontro del popolo di Dio caratterizzato da una grande franchezza. Non dimentichiamoci che la franchezza è un valore evangelico. Forse il paragone è esagerato, ma l’incontro di Sibiu assomiglia un po’ al Concilio di Gerusalemme della Chiesa primitiva in cui c’erano tensioni e di queste tensioni si parlò con lealtà. Non si è ovviamente ancora arrivati a sciogliere i nodi che ci dividono soprattutto sulla ecclesiologia e sulle questioni dell’etica ma abbiamo cominciato a parlarne e questo mi sembra un fatto positivo. Mi sembra positivo anche l’incontro con l’ortodossia, con un’ortodossia che abbiamo visto esprimersi con sfumature molto diverse e con una ampia articolazione di vedute sul movimento ecumenico. Una grande scoperta è stato l’incontro vivo con l’ortodossia romena e gli ortodossi romeni. Credo sia significativa l’elezione del metropolita Daniel di Moldavia e Bucovina a Patriarca della Chiesa ortodossa romena avvenuta la settimana successiva. Il metropolita è un grande leader ecumenico e membro del comitato centrale della Kek. Un altro elemento positivo è stato la partecipazione dei giovani. Nonostante fosse limitata nel numero (solo 150), la loro presenza si è fatta sentire anche attraverso un messaggio che è stato molto apprezzato dall’assemblea perché in poche parole ha dato stimoli nuovi”. Quali i punti critici? “La questione della partecipazione. Negli ultimi giorni, i delegati hanno sottolineato come non si possa convocare un’assemblea senza dare ai partecipanti uno spazio adeguato perché possano discutere e scambiare esperienze. Questo è avvenuto in parte nei forum ma non in tutti. In generale credo che l’assemblea abbia sofferto di uno stile eccessivamente improntato sugli interventi degli oratori. E di questo ne hanno risentito la discussione e il confronto. Credo poi che l’assemblea abbia sottolineato la necessità di lavorare molto sulle tematiche non solo strettamente teologiche ma piuttosto etiche sulle quali le Chiese – lo si è visto – hanno posizioni diverse. Il tema dell’etica è un tema su cui occorre lavorare senza dare niente per scontato perché su molti argomenti le Chiese sono divise non solo tra loro ma anche trasversalmente al loro interno”. Il card. Kasper ha detto che è finito il tempo delle “coccole”… “E insieme a Kasper si potrebbe citare il motto del vescovo evangelico Huber secondo il quale abbiamo bisogno di un ecumenismo dei profili. E’ una citazione molto simile a quella di Kasper perché quando si dice ‘ecumenismo dei profili’ si intende un ecumenismo in cui l’identità confessionale di ciascuno non viene negata ma valorizzata. E’ molto difficile in questo momento dire come ciò si possa realizzare concretamente. Certo è che bisognerà creare occasioni perché questo dibattito improntato a franchezza possa svilupparsi. E’ una riflessione che spetterà soprattutto al comitato congiunto Kek-Ccee”. Le Chiese fanno difficoltà a parlare con voce unanime proprio mentre l’Europa attende messaggi forti. Quanto pesa una situazione simile? “E’ una grossa contraddizione che chiede oggi un grande sforzo: riuscire cioè, nonostante le differenze esistenti, a dare messaggi forti a questa Europa che ha bisogno di parole piene di senso da parte delle Chiese. Questa contraddizione – emersa in realtà fin dalla prima tappa a Roma del processo di preparazione all’assemblea di Sibiu – è rimasta a Sibiu in tutta la sua drammaticità. Con franchezza abbiamo constatato che ci sono ancora molte cose che ci dividono. Con franchezza, però, dobbiamo deciderci a lavorare con maggiore impegno non solo su quelli che sono gli antichi conflitti teologici, ma anche sulle nuove differenze che emergono sulle questioni dell’etica e sullo stile da dare alla nostra testimonianza in Europa. Per questo credo che non possiamo accontentarci di dire che è finito l’ecumenismo delle coccole. In un contesto ecumenico come quello attuale, di un po’ di coccole, tutto sommato, abbiamo tutti bisogno”.