Quotidiani e periodici europei

All’esito positivo del vertice delle due Coree sono dedicati svariati commenti della stampa tedesca, tra cui quello di Till Fähnders ( FRANKFURTER RUNDSCHAU – 4/10). “Il 3 ottobre della Corea”, titola il giornalista, con evidente riferimento alla data storica di riunificazione tedesca. “A meno di un anno dal terrore per il primo test atomico di Pjongjang, da ieri esiste un piano d’azione per terminare il programma atomico nord-coreano. Questo significativo avanzamento allontana nel lungo periodo la Corea del Nord dal confronto con gli Usa, sempre che vi si attenga. L’inizio della fine del programma nucleare nord-coreano elimina inoltre gli ostacoli ad un avvicinamento tra i due Paesi vicini”. “Alla fine di questo processo non è tuttavia indispensabile giungere alla riunificazione. Molto più importante è che gli sviluppi – le trattative sulle armi atomiche e l’avvicinamento tra le due Coree – porti la Corea del Nord, poverissima e retta da un governo stalinista, ad un incremento del benessere e della democrazia”. Sulla FRANKFURTRR ALLGEMEINE ZEITUNG si legge: “Il secondo vertice delle due Coree… è già di per sé qualcosa di rimarchevole. Perché supera, in tutti i sensi, i campi minati e i recinti di filo spinato, contribuendo, si spera, ad allentare le tensioni. Inoltre, nell’attenzione prestata all’incontro di Pjongjang, si riflettono anche gli sviluppi opposti nella penisola, così come era avvenuto a suo tempo nel corso degli incontri tra Germania est e Germania ovest”. “Il gioco delle carte di Putin”: questo il titolo dell’editoriale di Dominique Quinio sul quotidiano cattolico francese LA CROIX ( 3/10), dedicato all’intenzione del presidente russo di candidarsi nel 2008, al termine del secondo mandato, alla carica di primo ministro. “Come si era impegnato a fare – commenta Quinio – Vladimir Putin non modificherà la Costituzione. La aggirerà”. E se “i commentatori europei e americani parlano di affare interno” e “nessuno giudica apertamente questo gioco di prestigio”, Condoleeza Rice mette in guardia dalla “troppo forte concentrazione di poteri”. “Si comprende che, da parte dei cittadini e degli investitori, la stabilità annunciata sia più rassicurante delle incertezze di una successione difficile – argomenta l’editorialista -. Ma l’estrema personalizzazione del potere russo, una ristretta visione delle libertà civili e la politica condotta in Cecenia da Putin dovrebbero autorizzare i suoi vicini e i suoi partner preoccuparsi per una concezione davvero speciale dei processi elettorali e democratici. Proprio per dimostrare che nessuno è sciocco”. “La Chiesa non può rimanere indifferente nei confronti del relativismo. La Chiesa deve ad alta voce opporsi a tutti i tentativi di instaurare una moralità intesa come effetto di scelte democratiche”, afferma in un’intervista alla GAZETA POLSKA (40/2007) l’arcivescovo di Varsavia mons. Kazimierz Nycz. “Spero che la Chiesa di Varsavia possa essere il segno di contraddizione nel mondo contemporaneo, quando quel mondo si limita ad essere solo orizzontale, cercando di appiattire la vita umana, espellendone Dio”, aggiunge. Rispondendo alla domanda riguardane la spesso rievocata mancanza di un’indubbia autorità spirituale in Polonia, dopo la morte del cardinale Stefan Wyszynski (1981) e quella di Giovanni Paolo II (2005) mons. Nycz pone l’accento sulle trasformazioni strutturali della Chiesa polacca, avvenute dai tempi del cardinale Wyszynski, il quale era contemporaneamente il Presidente della Conferenza episcopale, il Primate di Polonia e l’arcivescovo metropolita di Varsavia. “Tale concentrazione di poteri determinava in maniera netta le sue funzioni a capo della chiesa polacca. Se consideriamo anche un’enorme autorità di cui godette il card. Wyszynski, rinforzata dalla sua lotta contro il comunismo, e gli anni di prigionia, dobbiamo concludere che una simile situazione non potrà mai più ripetersi… Non bisogna dimenticare però che spesso una vera autorità può rimanere nell’ombra così come ha saputo rimanere nell’ombra il card. Wojtyla” quando “era arcivescovo di Cracovia”. “C’è una terra che si chiama Palestina e che ciascuno reclama come territorio proprio. Naturalmente ognuno porta avanti le sue ragioni, ed è facile che chi ha una giusta pretesa, come gli ebrei, la trasformi in errore”: è quanto afferma, in un’intervista al quotidiano cattolico italiano AVVENIRE (04/10), lo scrittore ebreo Aharon Appelfeld . “I politici che vedono solo il bianco o il nero delle cose – prosegue -, non sono mai disposti a ragionare secondo complessità”, ma “è opportuno ribadire che gli ebrei non sono dei colpevoli e che gli arabi non sono angeli innocenti”. Insomma, per Appelfeld, “dobbiamo capire che la ragione e il torto non sono” da una parte sola. “Sono ottimista – osserva -. La pace è possibile ma non può avvenire all’improvviso, per magia” anche se “persone che vivono in entrambi i Paesi la desiderano”. Nel frattempo, “è necessario continuare a vivere e ad alzarsi ogni mattina senza pensare” che una bomba “possa scoppiarti in testa. Così – conclude – dopo i due anni in cui si parlava di bombe nucleari contro Israele abbiamo ricominciato a mangiare, dormire, ridere… essere felici e piangere come se nulla fosse”.