La sfida di sempre

Settimana Sociale

Si terrà a Pistoia e Pisa dal 18 al 21 ottobre la 45ª Settimana Sociale dei cattolici italiani, dedicata al tema “Il bene comune oggi. Un impegno che viene da lontano”. Va segnalato che, in ordine di tempo, viene a 100 anni dalla prima, svoltasi proprio a Pistoia nel 1907 per iniziativa di Giuseppe Toniolo.

È passato un secolo e non si può non vedere l’apporto fondamentale che i cattolici hanno dato alla società italiana e alla sua crescita sul tema del bene comune. “È necessario – si legge nel documento preparatorio ai lavori, disponibile su www.settimanesociali.it – alimentare la consapevolezza, non solo fra i cattolici ma in tutti gli italiani, del fatto che la presenza cattolica, come pensiero, come cultura, come esperienza politica e sociale, è stata fattore fondamentale e imprescindibile nella storia del Paese”.

L’impegno per il bene comune viene da lontano: se le note vicende risorgimentali avevano avuto come esito l’esclusione dei cattolici dalla vita politica, a fine Ottocento e inizio del secolo scorso, molti si adoperarono per elaborare una concezione della società coerente con la visione cristiana. Volevano dare un contributo progettuale alla società italiana coltivando il senso di appartenenza allo Stato, di cura delle virtù civiche, di impegno per un’ordinata convivenza. Basta, al riguardo, dare uno sguardo ai temi delle Settimane Sociali per rendersi conto di come i cattolici italiani si siano stabilmente impegnati nella costruzione della società civile.

Le Settimane Sociali hanno formato generazioni di buoni cittadini, noti e meno noti; hanno contributo al superamento di gravi ferite; hanno offerto all’Italia contenuti umani di grande rilievo: l’apertura alla cooperazione internazionale, la solidarietà verso tante latitudini del mondo, la generosità verso i Paesi in via di sviluppo. Questo volto umano dell’Italia è anche merito del cattolicesimo sociale: “Si tratta – si legge ancora nel do cumento preparatorio – di un dato spesso ignorato dalla storiografia, ma ben presente nella coscienza della gente”.

Se così è stato per il passato, potrà e dovrà essere anche per il futuro. C’è anche una singolare analogia con il passato: la difficoltà a dare al cattolicesimo sociale piena cittadinanza nel contesto culturale. “Pur in presenza dell’idea dominante secondo cui la tolleranza deve essere principio cardine in una società pluralista, nel senso che ogni posizione culturale, ideologica, etica, viene ritenuta legittima e ugualmente degna di considerazione rispetto alle altre, non di rado – viene ricordato nel documento preparatorio – si affaccia un’incredibile esclusione per la presenza cattolica”. Questa considerazione non deve spingere ad un arroccamento o ad una contrapposizione sterile, ma ad un colloquio ancora più fitto e paziente con tutti coloro che, a diverso titolo, animano la vita del Paese. I cattolici sono chiamati ad un dialogo – magistralmente intrapreso da Benedetto XVI – capace di parlare alla ragione e al cuore di ciascuno, nella consapevolezza che tutto ciò che è autenticamente umano è autenticamente cristiano.

Si parlerà nella prossima Settimana Sociale di bene comune; esso non consiste nella semplice somma dei beni individuali particolari, ma trascende ogni individuo, conducendo tutti a realizzare ciò che è veramente bene per la persona, creata ad immagine e somiglianza di Dio. Ciò che permette la realizzazione della persona e delle persone insieme, è condizione imprescindibile per il progresso della società. Non ci sarà mai bene comune a danno di uno solo, fosse anche allo stato di embrione. E quali sono i contenuti del bene comune? Provengono dalla legge morale naturale: la libertà, la dignità, l’unità e l’uguaglianza delle persone; il benessere sociale, attraverso la giustizia; la pace e la stabilità e la sicurezza del vivere comune. Le esigenze del bene comune non sono altro che la declinazione sociale di valori etici fondament ali.

Talvolta sarà anche necessario compiere sacrifici. Nessuna convivenza umana può durare a lungo ed essere fonte di realizzazione piena delle persone, se tutti pretendono di ricevere in modo opportunista o se i rapporti intersoggettivi vengono ridotti allo schema di un contratto. In questa prospettiva si dovrà, talvolta, rinunciare a qualche interesse personale o di parte perché tutti raggiungano ciò che è necessario. Il sacrificio si fonda sulla logica che i beni materiali sono affidati alla persona per il bene di tutti. Non è forse questa la visione cristiana, per esempio, della proprietà privata? Essa è legittima, a condizione che sia chiara la sua funzione sociale.

Marco Doldi

(15 ottobre 2007)