Settimana Sociale
Per presentare la Settimana Sociale ai mass media nazionali è stata indetta, la mattina di martedì 16 ottobre, una conferenza stampa a Roma, presieduta da mons. Arrigo Miglio, vescovo di Ivrea e presidente del Comitato scientifico e organizzativo della stessa.
Fedeli laici chiamati alla coerenza. “Il pluralismo politico e partitico è un fatto assodato, e un’opportunità: quello in cui non ci ritroveremmo sarebbe un pluralismo etico, perché vorrebbe dire incitare a una visione della vita che non è più quella del Vangelo”. Lo ha detto mons. Arrigo Miglio, rispondendo alle domande dei giornalisti. “I fedeli laici cattolici – ha precisato – vivono a pieno titolo il loro inserimento ecclesiale, ma anche lo status di cittadini del nostro Paese. Hanno una loro autonomia: i vescovi chiedono loro di essere fedeli ai valori fondamentali del cristianesimo, non solo perché la fede sia annunciata senza riduzionismi, ma anche perché il Vangelo è salvezza per tutto l’uomo”, e come tale implica “un impegno non solo nel sociale, ma anche nel politico”.
Dialogo aperto oltre le frontiere. Una Settimana Sociale “proiettata al futuro”, nella “doppia logica” dell’elaborazione culturale e dell’individuazione di “linee di azioni comuni, con un orientamento che è al servizio del Paese”. Così Cesare Mirabelli, presidente emerito della Corte Costituzionale, ha definito la 45ª edizione delle Settimane Sociali. Quella del centenario, ha spiegato il costituzionalista ai giornalisti, “potrebbe cadere nel rischio dell’enfasi celebrativa”, ma in realtà intende “dare sostanza” alla lettura del rapporto tra cattolici e politica. Quella imminente – ha aggiunto – “è una Settimana sociale proiettata al futuro, in continuità” con il precedente appuntamento di Bologna, che aveva a tema la democrazia. “La democrazia non si perde se, a fronte di problematiche etiche complesse, le diverse convinzioni vengono proposte, discusse e democraticamente difese”, ha detto poi, sottolineando che “temi come la famiglia e la bioetica appaiono essenziali per i cattolici e costituiscono dei valori non in antitesi con la laicità. La democrazia consente e prevede che le convinzioni più profonde vengano portate avanti con tutti gli strumenti disponibili”. Secondo Mirabelli, “dal dialogo rispettoso e aperto possono nascere convinzioni e traguardi che vanno oltre le nostre frontiere”.
Sviluppo senza sacrificare i deboli. “La scommessa della Settimana Sociale è che si possa tornare a parlare di bene comune come se ne parlava in Europa fino a un paio di secoli fa, prima che tale concezione fosse soppiantata da quella liberista del bene totale e poi da quella socialista del bene collettivo”. Lo ha detto l’economista Stefano Zamagni, docente all’Università di Bologna. “Mentre per il liberismo il bene totale è la sommatoria dei singoli beni individuali, che vengono tutelati a discapito di quello comunitario, nel socialismo con il bene collettivo si tutela il bene di tutti ma si trascura quello individuale. Entrambe le prospettive, con i loro limiti storici, possono essere positivamente superate adottando la concezione del bene comune, da sempre al centro della dottrina sociale cattolica, come impegno per sostenere lo sviluppo senza sacrificare i più deboli”. Facendo riferimento ai rischi che “nella nostra società categorie iperprotette (lavoratori dipendenti, rendite, ecc.) si oppongano all’adozione di provvedimenti nella direzione del bene comune”, ha aggiunto che “anche molti non-cattolici comprendono che il bene comune può aiutare a uscire dalle secche del conservatorismo”.
Costituzione da aggiornare. “Quello di Savino Pezzotta – ha detto Zamagni – è un tentativo di rivitalizzare la sfera del civile, che appartiene alla sfera pubblica ma si esprime con modalità che non sono quelle della sfera politica”, perché “si esprime con strumenti complementari”. In particolare, Zamagni ha messo in luce l'”errore teoretico di identificare la sfera pubblica con la sfera politica”, tipicamente italiano. “Tutti gli errori – ha detto – derivano dall’identificazione senza scarto del pubblico e del politico. È un falso storico, ma soprattutto teoretico, a meno che non si abbraccino le tesi dello Stato etico di stampo hegeliano, da cui sono derivati tutti i totalitarismo, di destra e di sinistra”. Quanto al rapporto tra cattolici e Costituzione, Zamagni ritiene che “quella attuale è la crisi della democrazia rappresentativa, non di quella deliberativa, come dimostra il successo straordinario delle giurie civiche”. Nella nostra Costituzione, tuttavia, fino alla riforma del titolo V, “non c’era la parola sussidiarietà, e non c’è ancora la parola mercato, impresa, globalizzazione: per questo è necessario aggiornarla, altrimenti il rischio è il superamento nei fatti”.
(16 ottobre 2007)