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Identità europea e dialogo interculturale
“L’identità europea e Ie sfide del dialogo interculturale” è stato il tema del colloquio internazionale che si è tenuto a fine settembre in Lussemburgo per iniziativa dell’Istituto internazionale Jacques Maritain, dell’Istituto Italiano di Cultura di Lussemburgo, dell’Istituto Pierre Werner di Lussemburgo con la collaborazione del Centro culturale dell’Abbazia di Neununster(cfr SIR Europa 64-65/2007). Tra i relatori il gesuita Paul Valadier – Centre de Sèvres, Parigi – che, in riferimento all’Europa, ci ha offerto questo pensiero sul tema dell’accoglienza delle differenze e delle diversità. Riconoscere la cultura altra significa ammettere che questa non è un sottoprodotto della mia, che sarebbe inutile cercare di integrarla o assimilarla, ancora più stupido volerla trasformare dall’esterno. Significa soprattutto ammettere che ci si avvicina all’altro soltanto con un rispetto infinito, che non esclude la capacità di giudicare e di valutare, salvo adottare uno sguardo benevolo sull’altro e dunque impedire qualsiasi tentativo di spiegazione reciproca. Il riconoscimento presuppone l’abbandono della propria sufficienza e pertanto l’ammissione che l’umanità è più grande e più complessa di quanto la mia stessa cultura non dia a vedere e che essa rappresenta quindi diverse maniere di essere uomo e di rispondere al dovere di “coltivarsi” in vista della libertà. Il riconoscimento mi conferma quindi nella mia stessa cultura, ma mi libera dalla tentazione di totalizzare e portare l’altro all’assimilazione. Esso permette l’arricchimento reciproco, fugando le due tentazioni opposte: disprezzare l’altro o mirare a una pericolosa assimilazione o unificazione. Se ci si attiene ai termini del dialogo interculturale, è in questo senso che si potrebbe azzardare questa espressione, fugando le ambiguità, cioè le attese fuorvianti che esso comporta. E in effetti giustamente Axel Honneth – filosofo, allievo di Habermas – contrappone “riconoscimento” a “disprezzo”; il riconoscimento non implica l’identificazione con l’altro, che presuppone una fusione impossibile e irrispettosa. Esso è attento, precisa l’autore, alle “patologie sociali” generate all’interno delle relazioni dal passato, dalla storia, dei complessi di inferiorità o di superiorità. O non vede che i vari scambi, non sempre pacifici, che non cessano di segnare le culture, hanno potuto generare gravi patologie sociali, dunque alimentare sfiducie o odi, in ogni caso frustrazioni che qualsiasi tentativo di “dialogo” deve cercare di superare. Senza cadere nella colpevolizzazione ossessiva, si intuisce chiaramente che l’Europa, per tornare al nostro caso, deve essere particolarmente attenta alle patologie che la sua egemonia secolare è riuscita a generare e tentare di porvi rimedio, attenta anche a un postulato che si potrebbe definire “razionalista” e che fa credere in una superiorità, cioè in una missione storica, di questa cultura. Gesto essenziale che rende possibile qualcosa come il riconoscimento reciproco, fatto di stima e di volontà di capirsi nelle stesse differenze, ma anche attitudine a correggersi, a tornare sulle proprie colpe passate per inaugurare altre relazioni.