Un appello urgente contro la legalizzazione dell’eutanasia è stato rivolto il 4 novembre scorso da mons. Klaus Küng, vescovo di St. Pölten. In un commento pubblicato dal quotidiano “Österreich”, Küng, medico egli stesso, ha affermato che una società che anziché aiutare i vecchi, poveri e i disabili li “uccide in base a determinati criteri”, è profondamente “inumana e ripugnante”. In tal senso, il vescovo ha menzionato Belgio, Olanda e Svizzera come “esempi negativi” al riguardo. “Laddove viene legalizzata l’eutanasia, si esercita una pressione nei confronti di anziani e malati, anche nei confronti di disabili e dei loro genitori, si diffondono sospetti e paure nei confronti di determinati ospedali e medici”. “Nella discussione attuale, il concetto di eutanasia viene utilizzato in modo vago”, ha sottolineato Küng, esprimendo la necessità di distinguere tra “atti di eutanasia attiva” e “la somministrazione di medicinali antidolorifici e di calmanti anche qualora ciò comporti abbreviare la vita”. “In questo campo medico sono stati compiuti grandi progressi”, ha osservato, “per cui nell’ultima fase della vita non è più necessario sopportare dolori insostenibili”. “È altrettanto legittimo ed eticamente giustificato rifiutare espressamente una determinata terapia”, citando ad esempio il caso di Madre Teresa di Calcutta che aveva rifiutato espressamente di sottoporsi ad un’operazione cardiaca. “Da questa situazione non può tuttavia discendere l’autorizzazione ad uccidere direttamente un paziente, persino qualora lo desideri il paziente”, ha aggiunto.