EMILIA ROMAGNA
Compie tre anni la Fondazione per le vittime dei reati
Una struttura “nata per offrire un sostegno immediato alle vittime dei reati più gravi, che causano la morte o danni gravissimi alla persona, e ai loro familiari, per affrontare lo shock determinato da un grave crimine e lenire il trauma che ne deriva”. È la Fondazione emiliano romagnola per le vittime dei reati, costituita nel 2004 dalla Regione Emilia Romagna, unitamente ai Comuni capoluogo e a tutte le Provincie. La Fondazione, che nei giorni scorsi ha presentato il bilancio dei primi tre anni di attività, interviene quando il reato è stato compiuto in regione, oppure fuori, ma riguarda cittadini emiliano romagnoli. La richiesta viene fatta dal sindaco del Comune in cui si è verificato il fatto, o del Comune di residenza della vittima, e l’eventuale contributo viene erogato in breve tempo. Nei primi tre anni, sono state accolte 32 richieste; 40 le persone che hanno ricevuto un aiuto tra i 2.000 e i 20.000 euro per far fronte a un bisogno “concreto e immediato”: dalle pratiche legali per far valere le proprie ragioni alle spese funerarie in caso di omicidio, dal sostegno psicoterapeutico al costo degli studi per i figli della vittima.Difendere i più deboli. “Il successo della Fondazione sta nell’occuparsi di problematiche concrete, senza fare declamazioni, chiedere riconoscimenti o visibilità”. Sintetizza così il bilancio triennale dell’attività dell’organismo il suo presidente, Sergio Zavoli. “Siamo al servizio di un’idea – aggiunge -, perché rimanga in vita il presupposto che una comunità deve saper difendere i più deboli, che vanno soccorsi nel momento del bisogno”, evitando che al danno subito “si aggiunga la disattenzione e la lentezza delle istituzioni”. Alla luce dell’esperienza maturata, Zavoli evidenzia come ancora oggi vi sia “il senso della privatezza”. “In questi anni – precisa – abbiamo visto pudore e riluttanza a dichiarare uno stato di bisogno”. Virtù che sembrano “fuori dal tempo”, ma, conclude Zavoli, a differenza di quanto ci dicono i media “non è vero che il denaro vince su tutto”.Un punto d’appoggio. Ritiene che la Fondazione “possa essere un valido punto d’appoggio, dal momento che la parte offesa a volte è trascurata, anche in termini giuridici e di difesa”, il criminologo Augusto Balloni, docente all’Università di Bologna e presidente della Società italiana di vittimologia. “Avere un sostegno – spiega – è molto utile quando si ricerca la giustizia. Ad esempio, dare un contributo per le spese legali permette alla parte offesa di essere adeguatamente tutelata, senza lasciarsi intimidire da avvocati che ‘mostrano i muscoli’ per minare la loro credibilità”. Piuttosto, Balloni, allargando lo sguardo al sistema giudiziario italiano, osserva che per la tutela legale sarebbe opportuno “mettere autore e vittima sullo stesso piano, e permettere anche a quest’ultima di accedere al gratuito patrocinio”. Riguardo alla necessità che la richiesta parta dal sindaco, invece, il docente sottolinea “l’opportunità di stabilire un criterio, altrimenti il rischio è che tutti si mettano a scrivere per ‘battere cassa’, anche senza essere vere vittime”. Il sindaco, pertanto, “svolge una prima attività di filtro” che permette agli organi della Fondazione di non rimanere intasati di richieste, compromettendone il funzionamento: egli, infatti, “è colui che può conoscere la persona, le situazioni, l’ambiente, i mezzi finanziari e le necessità immediate, soprattutto quando si parla di piccoli centri”.Legalità e solidarietà. L’iniziativa regionale è “significativa come segno di solidarietà da parte dell’istituzione”, prosegue Balloni, secondo un criterio di “legalità che si collega alla solidarietà”. Il docente sottolinea come è bene che “il sostegno economico sia collegato a un aiuto umanitario in senso lato”. “A volte i lati umani contano più degli aspetti economici”, spiega, ricordando come capiti di sentire frasi del tipo “non m’interessa il risarcimento, voglio giustizia”. Affermazioni, precisa, che “mostrano come queste persone desiderino essere capite”. Una ricerca di solidarietà che, nonostante l’individualismo esasperato di cui solitamente si parla, in Italia vede dalla sua diverse realtà, pubbliche o private, impegnate su questo fronte. Il criminologo ricorda le fondazioni antiracket, quelle antiusura, e ancora quelle per le vittime della strada, per non citare le associazioni sorte a seguito di particolari fatti di sangue. “Se pare – osserva – che ci sia un narcisismo dilagante, secondo il quale la maggior parte della gente pensa al proprio interesse e alla propria soddisfazione, e i mezzi di comunicazione di massa facilitano questa tendenza, d’altra parte c’è anche un rinascere della solidarietà, un bisogno di sentirsi più uniti e meno anonimi. A partire dai giovani, che in molte associazioni oggi hanno una parte rilevante”. “E questo – conclude – lascia ben sperare per una società che sembra basarsi solo sulla soddisfazione istantanea dei bisogni e degli impulsi”.a cura di Francesco Rossi(09 novembre 2007)