AFRICA-EUROPA

Il divario insostenibile

Le conclusioni dell’incontro Ccee- Secam sulle antiche e nuove schiavitù

Un appello “ad avere maggiore attenzione alle nuove forme di schiavitù che sono forse peggiori della vecchia tratta degli schiavi” è stato lanciato dai vescovi africani ed europei a conclusione del seminario “Conosco le sofferenze del mio popolo (Es,3,7). Schiavitù e nuove schiavitù”, svoltosi dal 13 al 18 novembre a Cape Coast, in Ghana, su iniziativa del Ccee (Consiglio delle Conferenze episcopali europee) e del Secam (Simposio delle Conferenze episcopali di Africa e Madagascar). Un messaggio congiunto verrà invece inviato al Vertice di Lisbona dei capi di Stato e di governo dell’Unione europea e dell’Unione africana (8-9 dicembre). “Le nuove forme di schiavitù (traffico di esseri umani, lavoro forzato, bambini soldato, prostituzione, ecc.) – affermano i vescovi, insieme a rappresentanti della Santa Sede e di agenzie cattoliche umanitarie – sono dovute principalmente all’enorme divario economico tra i Paesi ricchi e poveri, e tra ricchi e poveri in ogni società”. Secondo i vescovi “per ridurre questo divario” bisogna “raggiungere un nuovo ordine economico internazionale che garantisca una più equa distribuzione delle risorse del mondo”. Ma soprattutto, “è importante porre fine al desiderio di dominare gli altri e alla cultura di schiavitù e servitù”. Sono state sottolineati, in particolare, alcuni aspetti che ancora impediscono lo sviluppo dell’Africa. Tra questi: “un ingiusto sistema di commercio tra l’Africa e il resto del mondo; il debito estero; il traffico di esseri umani e droghe; lo sfruttamento sessuale; il lavoro forzato; la prostituzione forzata; i bambini soldato e i bambini di strada”. Per tutte queste sfide i vescovi fanno appello ad “una cultura del rispetto per i diritti umani”, sottolineando il ruolo della Chiesa nella “cura pastorale dei migranti” e nel “suo dovere di advocacy”. I vescovi dei due continenti si incontreranno di nuovo a Liverpool, in Inghilterra, nel novembre 2008, mentre nel 2009 una delegazione di vescovi europei si unirà ai vescovi africani per celebrare il 40° anniversario del Secam. Un simposio sull’evangelizzazione si terrà nel 2010 a Roma. Il servizio è a cura di Patrizia Caiffa inviata di SIR Europa a Cape Coast. IN PREGHIERA NEL CASTELLO DI ELMINA. I trenta vescovi hanno pregato anche nel castello di Elmina, una delle 48 fortezze/prigioni costruite dagli europei (portoghesi, olandesi, inglesi, svedesi, danesi) lungo la costa del Golfo di Guinea, dove sono passati 10 milioni di schiavi dell’Africa occidentale per essere imbarcati verso l’America e l’Europa. L’appuntamento simbolico ha commemorato i 200 anni dalla fine ufficiale della schiavitù africana (anche se molti studiosi e gli africani stessi confermano che illegalmente è continuata fino al 1870). Ad invitare alla preghiera è stato l’arcivescovo di Accra, mons. CHARLES PULMER-BUCKLE , che ha ricordato come “da tutta l’Africa, comprese le zone più remote, siano stati deportati oltre 20-22 milioni di schiavi”. Il castello di Elmina, costruito dai portoghesi e poi preso dagli olandesi nel 1800, è una maestosa costruzione bianca di fronte all’oceano, che dalla bellezza degli esterni nulla lascia trapelare delle tragedie che si sono consumate al suo interno per più di quattro secoli. Ma dalle porte di accesso alle oscure prigioni delle donne e degli uomini, dove in stanze asfissianti di pochi metri venivano rinchiuse da 150 a 300 persone, si entra nella verità storicamente dimostrata. Per finire poi, attraverso uno stretto e buio tugurio, direttamente in mare, dove aspettavano le barche che li avrebbero ammassati fino all’inverosimile per il lungo viaggio. Come è stato ricordato più volte durante il convegno, tutto questo commercio non avveniva senza la complicità dei locali, che catturavano “merce umana” nelle zone dell’entroterra per venderle agli europei in cambio di paccottiglia come specchi, orologi, armi, visto che il denaro non era in uso. Lungo la costa del Ghana vi sono 34 castelli che venivano utilizzati per l’infame mercato. Al termine della visita i vescovi hanno visitato, nel centro di Elmina, il cimitero dei primi missionari uccisi in Ghana.IL DOCUMENTO DEL SECAM. Gli accordi di partenariato economico tra l’Unione europea e l’Unione Africana, l’impatto ambientale e sociale delle industrie estrattive, la questione delle migrazioni: sono i temi contenuti nel documento elaborato dalla Commissione giustizia e pace del Secam (Simposio delle Conferenze episcopali di Africa e Madagascar) che verrà probabilmente distribuito a tutti i vescovi di Europa e Africa per proporlo ai rispettivi governi. “Nel testo si affrontano alcune delle questioni più scottanti che dipendono da politiche comuni in Europa ed Africa”, spiega al Sir Firmin Adjahossou, responsabile del Programma “Good governance” e giustizia e pace del Secam. Tra le tante richieste ai governi, quella di “cambiare il modo in cui l’Europa negozia con l’Africa”, soprattutto a proposito degli accordi economici con i Paesi Acp (le ex colonie di Africa, Caraibi e Pacifico). “Così formulati – spiega Adjahossou – costringerebbero a rimanere nella povertà oltre 750 milioni di persone per il resto della loro vita”. Ai dirigenti africani si consiglia “di non firmare precipitosamente gli accordi” e di “condurre campagne di sensibilizzazione”. A proposito della presenza delle industrie estrattive in Africa si chiede all’Europa di “cambiare gli stili di consumo delle popolazioni e promuovere l’utilizzo delle risorse naturali”, ma soprattutto di “elaborare politiche chiare e quadri giuridici per controllare in maniera efficace le industrie estrattive”. “Vorremmo anche che venissero condotti, ad uno stadio precoce – precisa Adjahossou – degli studi indipendenti per verificare l’impatto ambientale, sociale e sui diritti dell’uomo, che siano comprensibili alla popolazione locale, in modo che si possa anche dire no a questi progetti nel caso venissero violati i loro diritti”. Ai governi africani si chiede di “accordare le licenze solo dopo il consenso previo delle comunità locali” e di “porre fine a tutti gli atti di intimidazione e incarcerazione di chi lotta contro la corruzione, le violazioni dei diritti umani e la distruzione dell’ambiente”. Riguardo alle migrazioni, si raccomanda, tra l’altro, di ratificare la Convenzione internazionale sulla protezione dei diritti dei lavoratori migranti e delle loro famiglie.12 MILIONI NEL “LAVORO FORZATO”. Oltre 12,3 milioni di persone nel mondo sono costrette al “lavoro forzato”, di cui il 20% da parte dello Stato o delle forze armate (2,5 milioni) e 2,4 milioni sono vittime del traffico di esseri umani. E tra tutte le vittime dello sfruttamento a scopi sessuali “si stima che il 40-50% siano bambini”. I dati Ilo (Organizzazione internazionale del lavoro) sono stati riferiti dall’arcivescovo AGOSTINO MARCHETTO , segretario del Pontificio Consiglio per i migranti e gli itineranti. Lavoro forzato che include lo sfruttamento sessuale, il lavoro domestico, nell’agricoltura, soprattutto in Asia, America Latina e Caraibi e Africa sub-sahariana. “Pratiche schiaviste sono diffuse anche nelle piantagioni agricole dell’Africa Occidentale in Benin, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Mali e Togo – ha sottolineato mons. Marchetto – come pure nelle piantagioni di canna da zucchero della Repubblica dominicana ed Haiti. Anche India, Nepal e Pakistan sono notoriamente conosciute per la loro storia di sfruttamento”. Ma il lavoro forzato “è presente anche nei Paesi industrializzati – ha fatto notare mons. Marchetto – con 360.000 persone coinvolte, oltre a 260.000 lavoratori in Medio Oriente e Nord Africa, e 210.000 nei Paesi di transito”. Le vittime dello sfruttamento economico sono “per il 56% donne e ragazze”. GLI SFRUTTATI DEL MOZAMBICO. In Mozambico ogni anno migliaia di uomini emigrano d’estate per lavorare nelle grandi piantagioni in Sudafrica, ma tornano a casa, dopo sei o sette mesi di duro lavoro irregolare, senza stipendi pagati né documenti. È la nuova forma di schiavitù denunciata da mons. LUCIO ANDRICE , vescovo di Xai-Xai, in Mozambico. “Dopo aver lavorato per mesi, senza contratto, nelle fattorie che vendono i prodotti agricoli alle multinazionali – racconta mons. Andrice – questi uomini vengono spediti alla frontiera, viaggiando in treno in condizioni disumane, senza denaro e senza documenti. La gente mi parla di questo problema e alcuni uffici all’interno della Chiesa seguono il fenomeno con più attenzione. Vogliamo essere la voce dei nostri connazionali, però, finora non abbiamo trovato molta sensibilità né da parte del governo, né dei media, né dei vescovi sudafricani, a cui abbiamo segnalato il problema”. Altro fenomeno segnalato dal vescovo è il girovagare di città in città, all’interno del Mozambico, dei capifamiglia uomini che nei periodi di siccità vanno in cerca di lavoro. “Ma la maggior parte delle volte tornano a casa senza niente – precisa – ed esigono dalle donne quello che faticosamente hanno potuto produrre, nonostante siano rimaste sole a casa con il lavoro da fare e cinque o sei figli da accudire”. A suo avviso, per tutti i problemi legati alle migrazioni la Chiesa “deve lavorare sulla coscienza delle persone, affinché non venga accettata la nuova schiavitù del lavoro senza stipendio”.I DIAMANTI DELL’ANGOLA. Ogni mese tanti migranti da Senegal, Mali, Congo, Zambia, vanno a cercare diamanti in Angola, grazie alla complicità delle forze dell’ordine. Ma tornano a mani vuote e senza documenti a causa delle operazioni di ripristino della legalità (di facciata) “che servono solo a riempire le tasche dei poliziotti, sfruttando il lavoro altrui”. A denunciare questa situazione è l’arcivescovo di Lwena, mons. GABRIEL MBILINGI . “La polizia, malpagata, vive con la corruzione e lascia passare tutti questi migranti africani alle frontiere per 100 o 200 dollari – ha raccontato mons. Mbilingi -. Quando vengono a sapere che hanno in mano i diamanti liberano il Paese con iniziative chiamate Operazioni diamante, per convincerci che è giusto. Ma la ricchezza rimane a loro, che sfruttano oltretutto il lavoro dei migranti. Questi stranieri tornano a casa e il mese dopo ritentano di nuovo”. Purtroppo, ha aggiunto, “la Chiesa in queste zone è poco presente per mancanza di strutture e sacerdoti”. Il vescovo di Lwena ha accennato anche ad un’altra situazione, nata dopo la fine della guerra, con 85.000 ex-soldati dell’Unita (il gruppo ribelle) che aspettano, inutilmente, di essere socialmente integrati nella vita del Paese, come previsto dagli accordi di pace. “Ma il governo, per ragioni politiche e perché teme che diventino forti – ha spiegato – non ne favorisce l’integrazione. Sono senza lavoro sia chi è professionalmente molto preparato – come medici, docenti o infermieri – sia quelli che sapevano fare solo i militari. Così gli ex-soldati e le loro famiglie sono diventati i nuovi schiavi. È una situazione pericolosa che rischia di esplodere in una ribellione, anche perché nel 2008 avremo le elezioni”. LA CHIESA MOLDAVA CONTRO LA TRATTA. Una campagna informativa a tappeto contro la tratta di donne e bambini su tutto il territorio della Moldavia, su tv e giornali, nelle scuole e nei luoghi di aggregazione, negli uffici di polizia e sui mezzi pubblici. È una delle iniziative messe in atto dalla Chiesa moldava, tramite un gruppo di lavoro avviato nel 2001 dal vescovo di Chisinau, mons. ANTON COSA . Oltre all’informazione, ha spiegato mons. Cosa, “abbiamo curato la formazione di operatori, anche attraverso fasi esperienziali lungo le strade italiane e una rete di collaborazione tra organismi cattolici europei”. Inoltre, “è stata avviata un’intensa attività di dialogo con i ragazzi di strada e con quella fascia popolare che abitualmente non legge i giornali, non ha la tv in casa ed è quindi tagliata fuori dall’informazione di base”. Nonostante il successo della campagna, ha precisato, “ben presto ci siamo resi contro che non bastava informare, se non si affrontava contemporaneamente il problema immediato della povertà, attraverso interventi di sostegno e solidarietà”. Da qui le iniziative di formazione per i giovani e di sviluppo locale, oltre al lavoro di ritorno a casa di centinaia di vittime della tratta.50.000 DONNE DALLE “ROTTE AFRICANE”. Sono 50.000 le donne trafficate ogni anno in Africa, su un totale mondiale che spazia da 700.000 ai 2 milioni. Di queste, in Ghana tra il 1998 e il 2000 sono state individuate 3.582 donne, e tra il 2001 e il 2005 altre 6.458, una cifra perciò quasi raddoppiata. Passano attraverso le “rotte africane” che partono dal Camerun attraverso Burkina Faso, Mali, Algeria, Marocco, fino alla Spagna e all’Italia, spesso camminando a piedi nel deserto e con lunghe traversate in barca. I dati sono stati illustrati da suor HENRIETTE ADINDU , del Centro per il rinnovamento spirituale della diocesi di Kumasi, in Ghana. Suor Henriette, insieme ad altre 32 religiose di tutto il mondo, aderisce ad una rete internazionale contro il traffico di persone, lanciata nell’ottobre scorso a Roma. “Noi crediamo molto nel lavoro di prevenzione sulle vittime”, ha spiegato, mostrando dei lucidi utilizzati per le campagne di sensibilizzazione tra la gente. Suor Henriette raccontato le cause del traffico (povertà, analfabetismo…), le persone coinvolte (oltre ai trafficanti anche tour operators, insegnanti, famiglie, poliziotti corrotti), le modalità in cui si svolge. “È un business molto lucrativo perché le donne vengono vendute più volte – ha spiegato -. Alle ragazze vengono fatte promesse di lavori inesistenti e costrette a giurare di mantenere il segreto attraverso dei riti tradizionali e vengono fornite di documenti e visti falsi. Camminando nel deserto, quando incontreranno i resti delle altre donne morte di stenti prima di loro, cominceranno a rendersi conto del loro destino infausto”. Una volta in Europa, verranno private dei documenti e costrette a prostituirsi sulla strada. Un traffico che coinvolge anche i bambini, soprattutto quelli di strada, che nella sola Kumasi sono 200.000. Suor PERPETUA ESSIEN lavora nel progetto per i ragazzi di strada promosso dall’arcidiocesi di Kumasi, che propone loro educazione, formazione professionale e reinserimento sociale. “La maggior parte viene dal nord del Ghana per cercare lavoro e sostenere la famiglia – ha detto suor Perpetua -. Le ragazze sperano di lavorare come domestiche e di sposarsi molto presto, ma spesso vengono coinvolte nella prostituzione o costrette a duri lavori dalle 6 alle 22”. 300.000 BAMBINI SOLDATO. Della “brutale e violenta forma di moderna schiavitù” che coinvolge 300.000 bambini soldato in tutto il mondo, soprattutto “in Uganda, Liberia, Sierra Leone, Repubblica democratica del Congo, Sudan, Filippine, Colombia e Perù”. JOSEF SAYER , presidente dell’organizzazione umanitaria Misereor, “In molti casi – ha aggiunto – queste ragazze e ragazzi vengono continuamente abusati ed usati come agenti segreti o sminatori, oppure costretti a lottare in prima linea”. Sayer ha condannato coloro che “traggono profitto dalla vendita di armi usate dai signori della guerra e dai bambini soldato”, senza che ci sia “un effettivo intervento della comunità internazionale e dei politici”.