RASSEGNA DELLE IDEE

Disegnare il domani

Herder-Korrespondenz: quale comunità cristiana per il futuro?

La conferenza dei teologi pastorali di lingua tedesca, tenutasi dal 17 al 20 settembre, ha trattato il tema “La realtà plurale delle comunità”. La discussione, riportata da JOHANN POCK (Bonn) nell’edizione di novembre della Herder-Korrespondenz, si è concentrata sui criteri delle riforme strutturali, mettendo al centro l’origine storica delle comunità cristiane e la domanda sulle sue funzioni; attraverso esempi di alcune nuove forme di comunità, ne viene presentato l’ampio spettro attualmente esistente. Qui di seguito una sintesi di Irene Vogt.QUALE COMUNITÀ? “Si continua a discutere separatamente sulla questione se ‘la pastorale della comunità sia il culmine di ogni pastorale’ ( ANDREAS WOLLBOLD , Monaco di Baviera), o – avverte Pock – se siamo arrivati alla fine dell’ideologia della comunità ( RAINER BUCHER , Graz). La carica emotiva della discussione si spiega a partire dalla grande varietà di esperienze di comunità, spesso anche collegate con un parroco. Discutere su sviluppi e cambiamenti delle forme di comunità senza un coinvolgimento emozionale diventa perciò difficile”. Gli sviluppi attuali (l’organizzazione di unità pastorali in spazi più ampi) sono in contrasto col desiderio di molti cristiani di avere luoghi piccoli, più gestibili, dove poter vivere la comunità di fede; tutte e due le forme di comunità si rifanno a studi sociologici. Da una parte si sono allargati gli spazi di vita delle singole persone e la comunità si crea non più partendo da territori comuni, ma da interessi, iniziative o direzioni spirituali comuni. Dall’altra parte sta l’interesse di base, il fatto della ricerca umana di vicinanza, che non è qualcosa di scontato nel mondo moderno, individualizzato e pluralizzato. IL PASSATO E IL FUTURO. Ponendosi di fronte agli sviluppi delle riforme in atto, “rimane spesso l’impressione che il criterio per nuove strutture pastorali non risponda alla domanda su quale sia la forma con cui si possa annunciare e testimoniare nel miglior modo il Vangelo di Gesù Cristo, ma su come si possa mantenere in piedi con il numero attuale del personale e soprattutto di sacerdoti il servizio sacramentale”. Il diritto ecclesiastico vede nella parrocchia la forma di base e la meta della cura del pastore, ma lascia un margine di manovra per organizzare la cura d’anime anche in altre comunità non parrocchiali. È necessario dunque chiedersi: “In futuro il prete sarà il capo di una grande unità pastorale e guida di un grande team pastorale? O il suo compito spirituale non sarà piuttosto il mettere in luce la gratuità della fede?”. Riferendosi alla storia delle comunità cristiane si evidenzia che l’orientamento nella chiesa primitiva avveniva secondo l’incarico di Gesù e non secondo la struttura. “La centralità di Cristo e l’agire secondo il Vangelo definiva l’identità delle prime comunità”, dunque “le comunità non esistono come fine a se stesse, ma tanto quanto soddisfano una funzione: aiutare le persone a celebrare la fede (liturgia) e a poter vivere (diaconia) e attraverso ciò annunciare e testimoniare il Vangelo”. ESPERIENZE NEL MONDO. Un’altra pista di riflessione è partita dalla domanda: quali persone vengono prese in considerazione nei progetti comunitari e pastorali? “La fede cristiana è fondamentalmente una fede vissuta in comunità. Perciò non può essere indifferente in quale modo si condivida. Allo stesso tempo con ciò si afferma pure che la forma sociale non può essere un punto di partenza di considerazioni teologiche, ma tali affermazioni, nel dialogo con le scienze sociali e umane, devono verificare quali forme sociali possono servire, nei diversi contesti, all’annuncio del Regno di Dio”. Esistono piccole comunità cristiane come reazione a spazi vasti in Africa ed in Asia, portate avanti soprattutto da parte dei laici. “Il pericolo di queste comunità sta sicuramente nel fatto, che si chiudono e vanno per conto loro. Perciò sarebbe tanto più importante collegarle in rete e integrarle in strutture più grandi”. Altri stimoli vengono da esperienze di alcune diocesi francesi (Poitiers o Evry) dove viene data molta fiducia ai laici da parte della guida della diocesi e dei sacerdoti, e dove questa fiducia si manifesta anche in strutture concrete. Le comunità non vengono sciolte o condensate, piuttosto vengono costituite se ci sono a sufficienza “laici chiamati” disposti a guidare in un team la loro comunità per alcuni anni. IL VOLTO DELLA CHIESA. “Un modello destinato a morire è quella comunità che si chiude in se stessa e pensa che se ha un sacerdote, è tutto risolto”. La discussione diventa “utile e stimolante se emergono vocazioni di persone che ricevono una chance; dove le comunità sono aperte per coloro che sono i perdenti della modernizzazione e dello sviluppo sociale. La discussione sulle comunità e le conseguenze pratiche che se ne dedurranno, diranno quale volto avrà da noi la Chiesa in futuro”.