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Un esame per l’Europa

Kosovo: una “soluzione governata” oppure una prova di forza?

Scaduto, con un nulla di fatto, il termine del 10 dicembre per i negoziati fra kosovari e serbi sul futuro della regione balcanica, Pristina annuncia l’imminente dichiarazione unilaterale di indipendenza, mentre Belgrado ammonisce: “Il Kosovo resterà per sempre parte della Serbia”. Così, quasi vent’anni dopo la caduta dei regimi comunisti che avevano imposto l’unità e la convivenza sotto l’ombrello sovietico, i Balcani non trovano pace. La questione tornerà venerdì 14 dicembre sul tavolo del vertice Ue a Bruxelles, mentre il Consiglio di sicurezza dell’Onu se ne occuperà la settimana prossima. Nel frattempo la situazione è in fermento, con la maggioranza della popolazione kosovara, di etnia albanese, che intende intraprendere “al più presto” la via dell’indipendenza: forse già all’inizio del 2008, stando al portavoce negoziale Skender Hyseni. La Serbia naturalmente si dichiara contraria e ottiene l’appoggio della Russia, storico alleato. Il ministro degli esteri di Mosca, Serghei Lavrov, afferma: “Chi appoggia l’indipendenza del Kosovo pensi con estrema attenzione alle conseguenze, perché violerebbe il diritto internazionale” e “provocherebbe una reazione a catena nei Balcani e in altre parti del mondo”. Il tono imperativo non nasconde una rischiosa eventualità: che altre regioni prendano la via della secessione. È ciò che temono altri paesi Ue, a partire da Spagna (area basca) e Cipro (parte turca dell’isola). A questo punto il nodo-Kosovo supera la dimensione nazionale e diventa un banco di prova di livello internazionale, coinvolgendo molteplici “attori”. Anzitutto ci si domanda quale ruolo svolgerà la classe dirigente kosovara, a partire da Hashim Thaci, uomo simbolo di Pristina. Perseguirà una “soluzione governata”, come hanno chiesto i ministri degli esteri Ue, oppure forzerà la situazione, anche a rischio di portare il suo popolo a un nuovo conflitto armato? Sotto osservazione sono, poi, i governi serbo (direttamente coinvolto nella vicenda) e albanese (che potrebbe muoversi in appoggio dei “fratelli” kosovari). Trattandosi di due paesi “candidati potenziali” all’Ue, devono dimostrare di rifuggire in ogni caso allo strumento della forza per la soluzione delle divergenze interne ed esterne. Almeno qui l’Unione europea è irremovibile: non c’è posto nel consesso comunitario per chi imbraccia le armi. Un messaggio, questo, che vale anche per tutti gli altri Stati balcanici (Croazia, Macedonia, Bosnia-Erzegovina, Montenegro) e per la Turchia, ciascuno a suo modo in marcia verso l’Ue. Mentre si conferma, indirettamente, un’ulteriore realtà: al di fuori della Comunità il rischio dei conflitti politici, diplomatici e armati è più elevato. In questo senso il Kosovo rappresenta un “esame” per la stessa Europa, che deve essere unita al proprio interno e coesa sulla scena internazionale, per poter affermare processi di stabilità, di democrazia e di pace, come richiedono la sua storia e il suo “dna”. Infine il futuro di Pristina chiama in causa i grandi paesi, a cominciare da Russia e Usa, e le organizzazioni sovranazionali come le Nazioni Unite e la Nato, quest’ultime oggi ufficialmente responsabili della transizione kosovara. Ancora una volta Mosca, Washington e il Palazzo di Vetro di New York possono dimostrare che lo stato di diritto e la pace sono in cima alla lista dei loro impegni, con effetti benefici a livello planetario. In caso contrario, sarà la Storia a giudicare i responsabili di nuovi lutti e di infinite tragedie.