LIBERTÀ RELIGIOSA

Una questione vitale

Il contributo della Santa Sede all’Unione Europea

Il “silenzio” del mancato riferimento alle “radici cristiane nel Preambolo del Trattato europeo è stato talmente rumoroso da suscitare un vasto dibattito e da smuovere le coscienze di numerosi cittadini. Si tratta, pertanto, di approfondire il lavoro intrapreso, in spirito costruttivo e per il bene autentico dell’Europa”. Lo ha detto mons. Dominique Mamberti, segretario della Segreteria di Stato per i rapporti con gli Stati della Santa Sede, nel corso della conferenza “La protezione del diritto di libertà religiosa nell’azione attuale della Santa Sede”, tenutasi il 10 gennaio a Roma presso la Pontificia Università della Santa Croce. Riportiamo alcuni passaggi relativi alla libertà religiosa nell’attività della Santa Sede presso l’Unione europea.Una Dichiarazione di rilievo. Nella sua relazione, mons. Mamberti ha ricordato l’apporto “decisivo” dato dalla Santa Sede affinché il recente Trattato di riforma dell’Ue, firmato a Lisbona a dicembre 2007, contenesse l’attuale art. 2,30 (identico all’art. 52 della prima parte del precedente Trattato costituzionale europeo). La disposizione si riferisce alla dimensione istituzionale della libertà religiosa, ossia alla libertà religiosa che spetta alle Chiese e alle confessioni religiose in quanto tali. In concreto, questa libertà comporta il diritto di ciascuna di loro di organizzarsi liberamente, in conformità allo statuto che la regola. “L’articolo – ha detto il segretario – recepisce la Dichiarazione n. 11 annessa al Trattato di Amsterdam, attribuendole un valore giuridico normativo. Tale Dichiarazione afferma che l’Unione rispetta e non pregiudica lo statuto di cui le Chiese e le comunità religiose godono nelle legislazioni nazionali degli Stati membri. Questa garanzia si appoggia sul principio di sussidiarietà, caro alla dottrina sociale della Chiesa”. Per mons. Mamberti “il contenuto della Dichiarazione n. 11 è di rilievo perché, tra l’altro, vuole salvaguardare i concordati e gli accordi bilaterali stipulati dalla Santa Sede. Inoltre, prende atto del fatto che, in Europa, la configurazione dei rapporti tra lo Stato, le Chiese e le comunità religiose è assai variegata: basti pensare alla diversità della situazione in Grecia, in Francia, in Inghilterra o in Polonia”. Per un dialogo aperto… L’articolo impegna l’Ue a “mantenere un dialogo aperto, trasparente e regolare con le confessioni religiose, fondato sul riconoscimento della loro identità e del loro contributo specifico. Tale dialogo è necessario, tra l’altro, per rispettare i principi di un autentico pluralismo e per costruire una vera democrazia. Per salvaguardare l’apertura del citato articolo al ruolo delle confessioni religiose – ha aggiunto il segretario – sarà ovviamente importante che esse continuino a presentare anche individualmente le proprie posizioni alle istituzioni comunitarie. Inoltre, bisognerà tenere in considerazione la loro diversa consistenza, analogamente a come si tiene conto delle differenze fra i Paesi dell’Ue, nel sistema di voto delle istituzioni”.…e una collaborazione feconda. Secondo mons. Mamberti “detto articolo crea i presupposti per una collaborazione feconda fra la comunità civile e quella religiosa, che occorrerà poi concretizzare, superando certe incomprensioni o gravi pregiudizi emersi in relazione al mancato riferimento alle radici cristiane nel Preambolo del trattato medesimo”. Si tratta “di approfondire il lavoro intrapreso, in spirito costruttivo e per il bene autentico di questo continente”. Due attacchi. In particolare, l’azione della Santa Sede in Europa “mira a far fronte a due gravi attacchi alla libertà religiosa: il distacco della religione dalla ragione e la separazione della religione dalla vita pubblica”. “Non è possibile eliminare la questione della verità dalla religione. Se si vuole vivere in modo responsabile, non ci si può sottrarre all’obbligo di cercare la verità, in particolare la verità su se stessi e su Dio, quale fine ultimo dell’uomo. Il diritto alla libertà religiosa, pertanto, presuppone il dovere di cercare la verità su Dio, con una volontà esente da coazioni e con una ragione immune da pregiudizi. Anche la libertà religiosa esige, allora, discernimento: sia fra le forme di religione, per identificare quelle che rispondono pienamente alla sete di verità di ogni persona, sia all’interno stesso della religione, in direzione della sua autentica identità e realizzazione. Per ogni credente e per la religione, ciò rappresenta una sfida. In particolare, per le religioni è una sfida a “provvedere di senso” la vita nel contesto di una società secolarizzata, e a non ridursi a semplici agenzie di solidarietà sociale. “Una sana laicità comporta la distinzione tra religione e politica, tra Chiesa e Stato, senza che ciò renda Dio un’ipotesi privata, o escluda la religione e la comunità ecclesiale dalla vita pubblica, precisamente a motivo della dimensione sociale della fede. Fra l’altro, il criterio di uguaglianza civile non è rispettato laddove ai credenti s’impone l’onere aggiuntivo di argomentare etsi Deus non daretur (come se Dio non ci fosse): mentre le ragioni teiste non potrebbero essere invocate pubblicamente, lo potrebbero gli argomenti razionalisti e secolari”.