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Con grande cautela

Kosovo: la “dimensione europea” del voto del 3 febbraio

Settimana cruciale, quella che sta per aprirsi, per il futuro del Kosovo. Un passaggio che interessa molto l’Ue.Domenica 3 febbraio gli elettori Serbi torneranno a votare nel turno di ballottaggio per eleggere il presidente della Repubblica. A confrontarsi Tomislav Nikolic (candidato del Partito radicale serbo, vincitore nel primo turno con quasi il 40% dei voti) e Boris Tadic (presidente uscente, candidato del Partito democratico a favore del quale si sono espressi 36 elettori su 100).Un voto particolarmente atteso in quanto dovrebbe anticipare di poche ore il riconoscimento da parte dell’Unione europea dell’indipendenza di quella che Belgrado continua a considerare una propria provincia.Nonostante manchino conferme ufficiali, i segnali in tal senso continuano a susseguirsi.”Il Kosovo è pronto ogni giorno; la proclamazione dell’indipendenza è questione di giorni”, ha dichiarato nei giorni scorsi a Bruxelles il premier kosovaro, Hashim Thaci, al termine di un incontro con Javier Solana, rappresentante per la politica estera dell’Ue. E su questa linea si è posto anche il presidente della Repubblica slovena, Janez Jansa, intervistato dalla televisione di Stato del suo Paese: “Le decisioni rilevanti sono già state prese nell’ambito dell’Ue in dicembre”. Una posizione particolarmente significativa considerato come proprio Lubiana detenga la presidenza dei 27 in questo primo semestre 2008. Il piano elaborato lo scorso 10 dicembre da Stati Uniti ed Unione europea, prevede l’invio di 1.800 poliziotti e magistrati che dovrebbero, progressivamente, subentrare ai 17mila uomini della missione Kfor a guida Nato delle Nazioni Unite, sotto il cui protettorato la regione si trova dal 1999: una presenza “civile” volta ad assicurare un’indipendenza “senza traumi” e ad evitare il riacutizzarsi dei mai sopiti rancori etnici fra la minoranza serba e la maggioranza albanese. Come contropartita Belgrado si vedrebbe nuovamente offrire una corsia preferenziale nel percorso di associazione all’Ue e un ammorbidimento nella posizione del Tribunale internazionale che all’Aja deve giudicare i crimini di guerra nella ex-Jugoslavia. Il Tribunale ha sempre condizionato il proprio assenso alla firma dell’Accordo di associazione e stabilizzazione (Asa) fra Unione e Belgrado all’arresto e alla consegna di Ratko Mladic e Radovan Karadzic, accusati di genocidio, persecuzione e deportazione per i massacri compiuti dalle milizie filoserbe nel conflitto in Bosnia negli anni Novanta e, in particolare, a Srebrenica e Gorazde. In qualità di presidente di turno dell’Ue, il ministro degli esteri sloveno Rupel ha incontrato Serge Brammertz, nuovo procuratore capo del Tribunale, succeduto nei mesi scorsi a Carla del Ponte, e il suo collega olandese Maxime Verhagen, fra i più impegnati – sino ad oggi – a fare proprie le posizioni dei giudici internazionali.Giuridicamente per Bruxelles il parere del tribunale dell’Aja non rappresenta un vincolo nei rapporti con Belgrado ma non tenerne conto rappresenterebbe la grave sconfessione politica di organismo voluto dalle cancellerie internazionali proprio per dimostrare che una giustizia per le vittime della guerra è possibile impugnando non le armi ma i Codici.Belgrado, d’altra parte, è ferma nel suo “no” all’indipendenza del Kosovo sapendo di poter contare (in vista di un dibattito nel Consiglio di sicurezza a New York) sullo storico appoggio della Russia, ma anche sulla vicinanza di Paesi asiatici, africani, sudamericani.Il presidente Vladimir Putin, nei giorni scorsi, ha ribadito ancora una volta che una dichiarazione unilaterale di indipendenza del Kosovo e l’appoggio a questa eventualità sarebbe un atto immorale e illegale che la Russia non potrà mai appoggiare. Per Mosca, ogni decisione sul futuro della regione balcanica deve tenere conto della risoluzione 1244 con cui le Nazioni Unite hanno a suo tempo riconosciuto il diritto serbo all’integrità territoriale. Una situazione in continua evoluzione in cui mosse affrettate rischierebbero di avere conseguenze la cui portata non è del tutto possibile delineare. Ritornano in mente, allora le parole che Manzoni fa pronunciare ad Antonio Ferrer: “Adelante con juicio”. Un insegnamento di ieri più che mai attuale per la politica internazionale di oggi.