SERBIA
La Serbia, l’Europa e il Kosovo
Il ballottaggio tra il leader del partito radicale serbo Tomislav Nikolic e quello del partito democratico Boris Tadic, ha sorriso a quest’ultimo che con il 50,5% dei suffragi si è così confermato, il 3 febbraio scorso, presidente della Repubblica di Serbia. A fare la differenza per il filo-europeista Tadic 140mila voti. “La Serbia ha scelto l’Europa” recitano i principali giornali del Paese che, secondo molti analisti, confermando Tadic alla presidenza, ha voluto tagliare di netto con il passato, Nikolic è stato per un biennio uno dei vice di Milosevic. L’immediato futuro della Serbia si chiama Kosovo, ingresso Ue e processo di riforme per fronteggiare le difficoltà interne. Ne abbiamo parlato con mons. Stanislaw Hocevar , arcivescovo metropolita di Belgrado. Che giudizio dà del voto di domenica scorsa? “Sono felice per il voto per come si è svolto e per la grande partecipazione degli elettori, oltre il 67% di affluenza. Come vescovi cattolici avevamo invitato i fedeli ad essere responsabili sia nella preghiera che nella partecipazione al voto”. La vittoria di misura di Tadic su Nikolic è lo specchio di un Paese spaccato oppure ci sono elementi che fanno essere ottimisti sul futuro della Serbia? “La spaccatura è chiara ma ci sono dei punti in comune alle due coalizioni e richiamati espressamente dal voto: un chiaro orientamento verso l’Europa, sono filo-europei anche molti elettori del nazionalista Tomislav Nikolic; la richiesta di maggiore attenzione e responsabilità alla povertà. Nel Paese ci sono tanti poveri che vivono in enormi difficoltà, c’è molta mafia e corruzione. Il voto è un invito a tutti politici perché si diano da fare per migliorare le condizioni del popolo attuando riforme. Ma è un invito all’Europa perché non si limiti a favorire l’ingresso della Serbia nel Ue ma aiuti concretamente la popolazione. C’è, poi, ancora un’altra urgenza cui sopperire”. Quale? “In Serbia manca un sistema capillare di scuole, istituti scolastici e università. Tra gli elettori ce ne sono molti, specie tra quelli di Nikolic, che non hanno avuto possibilità di studiare e quindi di formarsi professionalmente. Non hanno nemmeno l’opportunità di muoversi in Europa perché non possono acquistare il necessario visto di ingresso a causa delle loro misere condizioni economiche”. L’ingresso nell’Ue potrebbe, quindi, favorire il miglioramento della situazione politica, sociale ed economica del Paese? “Certo, ma senza riforme potrebbe non bastare. Non va taciuto il timore di perdere l’identità serba. La maggioranza serba appartiene ad una cultura cristiana orientale e molti, causa anche la mancanza di comunicazione con l’Ue, hanno paura di perderla. Un timore condiviso con altri Paesi dell’Est europeo”. Per l’ingresso nell’Ue restano degli ostacoli: le riforme interne e la collaborazione con il Tribunale penale internazionale (Tpi) che chiede la consegna di uomini come Radko Mladic, sotto accusa per strage di musulmani in Bosnia. Come superarli? “La collaborazione con il Tpi è essenziale ma il problema andrebbe letto nella sua interezza, tenendo conto della mentalità orientale che interpreta il passato in modo diverso. Non c’è una distanza critica verso il passato perché il tempo non è solo il passato ma anche il presente. La consegna di gente che si è macchiata di delitti è senz’altro necessaria ma si dovrebbe parlare di più anche di un processo integrale di purificazione della storia che ancora manca. Prendere in esame non solo la storia degli anni ’90 ma anche quella dei decenni precedenti e chiedersi perché l’Europa non ha condannato di più il comunismo ed il marxismo. Tito, che aveva estimatori, ha ucciso tantissime persone e non è mai stato condannato dall’Europa. Giudicare severamente è giusto e necessario ma non si possono avere due pesi e due misure. Il passato, dalla Seconda guerra mondiale in poi, deve essere riportato alla luce e giudicato. Gli anni ’90 sono frutto del comunismo e dell’ateismo ideologico e molti dei protagonisti negativi di quegli anni si sono comportati sulla scorta del passato. L’Europa ha reagito solo quando si è vista in pericolo ma prima non si è mossa”. La Serbia ha scelto l’Europa ma rischia di perdere il Kosovo. Cosa può significare la secessione del Kosovo per la nuova Serbia? “La questione del Kosovo merita un’attenzione e una riflessione globale. Ripeto: non è giusto giudicare o prendere decisioni basandosi solo su eventi storici relativi agli anni ’90. Si dovrebbe invece partire dalla Seconda Guerra mondiale. C’è un altro aspetto da richiamare: l’identità dell’Europa non è chiara. Tra i politici europei si nota la divisione, non è chiaro l’orientamento culturale e spirituale del Vecchio Continente, non è chiara la Costituzione europea, dove non sono riportate le radici cristiane dell’Europa. In questa mancanza di chiarezza è impossibile per i politici giudicare integralmente la complessità del Kosovo. Trovare una soluzione al Kosovo è un fatto che coinvolge anche l’Ue. Mi chiedo perché ai dialoghi sul Kosovo non viene invitato il rappresentante cattolico, oppure perché non si parla mai della fuga dei cattolici da questa terra. Significa che manca una visione globale del problema e quindi la capacità di trovare una soluzione che garantisca la sicurezza di tutti i kosovari. Le scelte a riguardo non devono essere affrettate ma sottoposte ad attento studio perché rispettino l’identità del Paese e di tutti i suoi abitanti”.