PARLAMENTO UE

Il coraggio di decidere

Intervista con Nicole Fontaine

“In Europa bisogna trovare il coraggio di decidere”, mentre con il Trattato di Lisbona “restano grandi ambiguità di fondo”. Non è tenera Nicole Fontaine con l’Ue, nonostante sia “un’europeista convinta”. A suo avviso le decisioni assunte di recente dai capi di Stato e di governo dei 27 “non aiutano a superare gli interrogativi di sempre: vogliamo solo un mercato unico o una costruzione fondata sulla solidarietà? Nell’Ue devono prevalere gli egoismi nazionali o superiori interessi comuni?”. Giurista francese, tra i fondatori dell’Ump (Union por un Mouvement Populaire, partito del presidente Nicolas Sarkozy), Fontaine è eurodeputata dalla metà degli anni ’80. Dal 1999 al 2002 ha presieduto l’Assemblea: fu lei a tagliare il nastro inaugurale dell’attuale sede di Strasburgo; quindi è tornata a Parigi come ministro dell’Industria. Dal 2004 siede nuovamente al Parlamento Ue tra banchi del Partito popolare. In questi giorni ha dato alle stampe un opuscolo intitolato “Il Trattato di Lisbona”.Il 2007 è stato l’anno di Lisbona e del Trattato di riforma. Un suo giudizio sul nuovo quadro comunitario? “Anch’io considero quello passato come l’anno della ripresa dopo lo stop all’integrazione dovuto al fallimento costituzionale. Bisogna però riconoscere che il Consiglio europeo di ottobre nella capitale portoghese ha raggiunto un solo, pur importante, obiettivo: quello di rimettere in marcia le istituzioni comuni. Eppure lo choc provocato dal referendum francese e da quello olandese sulla Costituzione non è ancora superato e i cittadini rimangono distanti dall’Ue. Il nuovo Trattato ottiene risultati politici di rilievo: crea la figura stabile del presidente del Consiglio, conferisce maggiori poteri al Parlamento, accresce il numero di settori in cui si potrà decidere a maggioranza, limitando il potere di veto degli Stati. Ma tutto ciò non dà un’anima all’Europa”.Quali strade intraprendere, dunque?“Bisogna tornare a una riflessione di fondo sul tipo di integrazione che vogliamo realizzare e se, per perseguirla, siamo disposti a cedere progressivamente parti di sovranità all’Ue. Il fatto stesso di aver messo da parte la Costituzione per puntare a una revisione dei trattati è un segnale. Negativa è stata anche la rinuncia ad un articolo che definisse i simboli dell’Unione e la collocazione della Carta dei diritti fondamentali fuori dal Trattato, per renderla poi vincolante con un riferimento ad hoc”.Guardando in avanti, il 2008 sarà l’anno delle ratifiche nazionali. Dobbiamo attenderci sorprese?“Direi di no, perché quasi tutti i paesi provvederanno per via parlamentare. L’unica eccezione è rappresentata dall’Irlanda che, per ragioni costituzionali, deve passare attraverso un voto popolare: ma lì non dovrebbero esserci brutte sorprese. Il vero problema è un altro: non vorrei, infatti, che affidando alle Assemblee nazionali il compito di approvare il testo, si oscuri il dibattito su di esso. Sarebbe un risultato negativo, perché terrebbe i cittadini lontani da un passaggio istituzionale basilare”.Si torna al “gap” che separa i palazzi Ue dai cittadini europei…“Sì, questo pericolo esiste. Anche perché l’Europa comunitaria ha sempre avuto un problema di comunicazione. Di risultati ne produce, ma con fatica si riesce a mostrare alle popolazioni i vantaggi, diretti o indiretti, che ciascun paese ottiene dal far parte della casa comune. Dobbiamo imparare a raccontare meglio le leggi e le politiche che nascono e si sviluppano efficacemente nelle sedi Ue. Per tale motivo le priorità finora indicate dalla futura presidenza francese vanno nel senso della concretezza: migrazioni, sicurezza, difesa ed energia”.A proposito di problemi tangibili: la presidenza di turno slovena ha tra i suoi punti programmatici la questione del futuro status del Kosovo. Si riuscirà a dare stabilità e pace alla regione?“La situazione era bollente già nel 1999: tanto è vero che il mio primo viaggio all’estero da presidente dell’Europarlamento fu proprio A Pristina. Non solo si può, ma si deve affrontare e risolvere tale questione che riguarda la sicurezza di tutti. L’Europa ha grandi responsabilità nell’area balcanica: durante le guerre degli anni ’90 non si era fatto abbastanza e adesso non si possono ripetere gli stessi errori. Lo stesso si può dire per il Medio Oriente. Per tutto questo ci serve anche una politica estera forte e comune”.Il 2008 è anche l’anno del dialogo interculturale. Ne può nascere qualcosa di utile per l’integrazione europea? “Ha detto bene il Gran Muftì di Siria rivolgendosi a metà gennaio agli eurodeputati riuniti a Strasburgo: c’è una sola civiltà sulla terra, perché siamo tutti creature dello stesso Dio. Esistono invece molteplici culture, tradizioni, religioni: nostro compito è farle incontrare e dialogare. La reciproca conoscenza, la tolleranza e il rispetto portano alla pace. Che è un tema ricorrente e un portato essenziale in ogni religione”.