UNIONE EUROPEA

Un anno necessario

2008 dedicato al dialogo interculturale: per imparare a vivere insieme

In queste settimane, nelle diverse capitali europee si stanno svolgendo le cerimonie di apertura dell’anno europeo per il dialogo interculturale. Il 12 febbraio è toccato a Roma. “Un anno necessario – afferma Jan Figel, commissario europeo per l’istruzione, la formazione, la cultura e il multilinguismo, presentando l’evento in una nota – il dialogo tra culture è una caratteristica dell’integrazione europea”. Ma per il Commissario “abbiamo bisogno di imparare a vivere insieme. Ciò significa vivere appieno la propria identità, nel rispetto del prossimo, arricchendoci a vicenda. Arriveremo così oltre la tolleranza e verso una mescolanza di culture”. All’incontro romano sono intervenuti diversi esponenti del mondo culturale europeo che hanno ribadito la necessità del dialogo tra le culture che può avvenire anche attraverso il linguaggio della letteratura, della musica e dell’arte. Informazioni su: www.dialogue2008.eu.La paura dell’altro. “In Europa si registra, dopo l’11 settembre, una crescente paura dell’altro, dello straniero. Da qui l’importanza dell’Anno del dialogo interculturale. Abbiamo bisogno di conoscerci in Europa, di realizzare veri scambi tra le culture e i popoli, e quindi di rispettarci” ha detto Virgilio Dastoli, direttore della Rappresentanza della Commissione europea in Italia, aprendo l’incontro. “Il dialogo tra le culture non è solo una esigenza interna all’Ue: può essere la strada da percorrere anche per incontrare culture per realizzare una politica di vicinato più efficace. Anche la vita delle istituzioni Ue fa parte del patrimonio comunitario. Esse sono infatti il prodotto del diritto, e quindi della cultura giuridica europea”.Più globalizzazioni. Di intercultura tra Balcani e Mediterraneo ha parlato Predrag Matvejevic’, presidente del Comitato internazionale della Fondazione laboratorio Mediterraneo. “I Balcani – ha affermato – sono la culla della cultura europea, ma sono anche una regione che produce più storia di quanta ne possa consumare. Una regione eccedente, che spesso diventa eccesso”. “Oggi non possiamo parlare più di una sola globalizzazione, ma di globalizzazioni. Noi ne abbiamo in mente solo una, che si origina dentro l’Occidente: ma ne nascono altre, ad esempio in oriente, in Cina”. In questo contesto l’intellettuale bosniaco ritiene che “le culture nazionali, anche quelle dei miei Balcani, non sono pronte per le globalizzazioni, per le molteplici sfide che ci arrivano dall’esterno. Credo dunque che occorra coltivare e difendere le particolarità nazionali e regionali, che fondano una identità. Anche se, va detto, non tutte le particolarità sono portatrici di veri valori”. Una disponibilità solo teorica. “A livello teorico tutti ci dichiariamo disponibili e pronti al dialogo con le altre culture, a incontrare la diversità. Ma ciò avviene fintanto che le altre culture sono anche fisicamente distanti da noi, e per questo ritenute anche esotiche…”. Ha denunciato lo scrittore iracheno Younis Tawkik, da 22 anni in Italia dove arrivò da Mosul (Ninive), dopo essere stato “folgorato” dall’incontro con la Divina Commedia di Dante, che un sacerdote cattolico gli fece conoscere a scuola. “Quando invece, soprattutto mediante l’immigrazione, le altre culture ci arrivano in casa, ci colgono impreparati e creano problemi. E’ quanto sperimentiamo con l’islam e con le comunità musulmane che oggi sono presenti in gran parte delle città europee. Eppure – ha concluso – io sono convinto che se le culture, ma anche la religione, non diventano terreno di incontro e di confronto, non potrà riuscire in questo obiettivo nemmeno la politica”.Alla ricerca di valori. “Fin da bambina guardavo all’Europa attraverso la televisione e l’opera di molti artisti, soprattutto poeti e musicisti” è partita dai ricordi di infanzia Ornela Vorpsi, giovane scrittrice albanese, fotografa, pittrice e video artista per raccontare la propria esperienza interculturale. “Quando sono cresciuta, e si sono aperte le frontiere, sono venuta in Occidente in cerca di valori, vivendo in Italia, a Parigi e ora a Berlino. Ma in Occidente ho cercato anche un’arte per l’arte, ovvero un’espressione culturale che non fosse finalizzata alla politica, al sostegno al regime, come succedeva in Albania ai tempi del comunismo. Una volta si sosteneva che la religione era l’oppio dei popoli. Oggi direi che il vero oppio dei popoli è la distrazione, il divertimento consumistico. Abbiamo bisogno in questa epoca di cose vere, di ideali, di scambi tra le culture e le conoscenze. Anche perché spesso le culture, la poesia, l’arte sono più avanti della politica”.Dialogare con le note. Anche la musica può essere uno straordinario strumento di dialogo. A testimoniarlo è stata la presidente della fondazione “Donne in musica”, Patricia Adkins Chiti. “Da trent’anni – ha spiegato – presiedo una fondazione che si occupa del contributo delle donne alla creazione artistica, in particolare riunendo le compositrici musicali di numerosi Paesi. Anche questo è un modo di fare cultura e dialogo tra le culture, visto che le melodie sono la forma espressiva del sentire di un popolo. Noi non siamo dei teorizzatori del dialogo, ma piuttosto ne facciamo esperienza concreta”.