COMECE
Europe infos: l’Ue ancora troppo intergovernativa
“Dal punto di vista sociale il Trattato modificativo non cambierà grandi cose in Europa”; del resto “la solidarietà e il progresso sociale esigono ben più che nuove disposizioni istituzionali”. E’ quanto afferma, dalle colonne del numero di gennaio di “Europe infos”, mensile della Comece (Commissione degli episcopati della Comunità europea) e dell’Ocipe (Ufficio cattolico di informazione e iniziativa per l’Europa), Pierre Defraigne, direttore dell’Eur-Ifri (ramo francese dell’Istituto di relazioni internazionali), analizzando la portata del nuovo Trattato istituzionale europeo in termini di solidarietà. Ciò che piuttosto occorrerebbe, sottolinea l’esperto, sono “spirito e rapporti di forza politici favorevoli” alle frange più deboli.Un’Europa autenticamente sociale . Per Defraigne, nell’Ue a 27 “il neoliberalismo fa del rapporto di mercato il luogo sociale per eccellenza” e alimenta “le derive egoiste e materialiste”. La crescita “del mercato rispetto alla società mina alla base il progetto europeo”, mentre “le ambizioni” del Trattato al riguardo “sono modeste”, in particolare, rimarca il direttore dell’Eur-Ifri, “in materia di armonizzazione sociale e fiscale”. L’Ue “rimane troppo intergovernativa e non è ancora abbastanza ‘cittadina’, cosicché il progetto sociale che dovrebbe fondare la legittimità dell’integrazione europea è in difficoltà” e non le permette “di consolidare la traduzione concreta del principio di giustizia sociale nella vita quotidiana delle popolazioni più vulnerabili”. A soffrirne, “i valori che l’Ue ha fatto emergere” nel corso della sua storia: “la pari dignità di ogni uomo, la libertà politica ed economica, la giustizia sociale”. “Nessun Trattato – conclude Defraigne – sarà sufficiente a correggere la deriva. Solo un sussulto dei cittadini lo potrà fare”. Di qui il richiamo alla Chiesa, “forse l’unica forza morale ancora in grado di insorgere contro la nuova utopia” rappresentata dal neoliberalismo.Il mercato interno . “Malgrado la realizzazione del tanto atteso mercato unico, l’Unione europea resta nell’indeterminazione”: è il commento di Stefan Lunte alle misure presentate nello scorso autunno dalla Commissione europea in materia di mercato interno, solo “a prima vista simili al programma lanciato nel 1987 e volto alla realizzazione del mercato comune immaginato dai Trattati di Roma”. Per Lunte, “sono poche le misure legislative previste nei nuovi orientamenti: forse la più significativa è quella relativa al settore delle telecomunicazioni”, già adottata dalla Commissione e che va nella direzione di una “maggiore protezione dei consumatori”. Quanto alla politica sociale, osserva, “sembra che essa faccia parte di un grande business plan definito dalla Ue S.a. (società anonima, ndr) e che la Commissione vi giochi un ruolo limitato”. “I nobili obiettivi fissati nel Trattato di Lisbona rimarranno privi di effetto se non verranno dispiegati i mezzi per conseguirli – conclude Lunte -. È indubbio che solo rivivificando i fondamenti spirituali del modello europeo sarà possibile raggiungere tali obiettivi”.Chiese e lobbies. 15mila tra consulenti e giuristi in quasi 2.600 gruppi di interesse con ufficio permanente a Bruxelles. Sono i numeri dei lobbysti che ruotano intorno alla Commissione europea. Nel 2005 è stata lanciata un’iniziativa in materia di trasparenza, e la Commissione ha annunciato per questa primavera l’apertura di un pubblico registro dei rappresentanti di questi gruppi, che dovranno indicare anche le proprie fonti di finanziamento e il nome dei principali clienti. Il registro ne fisserà comuni regole di comportamento. Tra le lobbies, “gruppi di pressione, associazioni professionali, studi di avvocati, Ong”, sottolinea Joanna Lopatowska, rilevando che “l’idea di rendere l’Unione più trasparente va sostenuta; tuttavia, la vaga formulazione della proposta, in particolare per quanto riguarda le regole di comunicazione delle informazioni finanziarie e l’ampia definizione del concetto di ‘gruppo di interesse’, contribuiscono a indebolirla”. Pur se “la proposta non contiene riferimenti espliciti alle Chiese – prosegue l’esperta -, sembra che esse siano classificate come Ong e che dunque debbano registrarsi”. Ma nel registro, osserva, non esiste “una categoria all’interno della quale le Chiese si possano riconoscere”. D’altro canto, precisa, “la natura dei loro rapporti con le istituzioni è espressa nella Dichiarazione n.11 allegata al Trattato di Amsterdam. Inoltre – conclude Lopatowska -, quando il progetto del Trattato di Lisbona sarà ratificato, il riconoscimento dell’identità e del contributo specifico delle Chiese avrà forza cogente e fornirà loro uno statuto specifico di fronte alle istituzioni”. “La vitalità del progetto europeo dipende in gran parte dalle iniziative delle comunità locali” affermano Noël Treanor e Frank Turner nell’editoriale del numero 100 di “Europe Infos”, costituito, per l’occasione, da uno “speciale” dedicato “ad alcune di queste iniziative lanciate nelle Chiese locali d’Europa”.