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Non sarà facile

Kosovo: quale futuro dopo l’euforia?

Proclamata l’indipendenza, rimane da costruire uno Stato.Non sarà certamente facile il compito che attende il governo del leader kosovaro Hashim Thaci. Ratificata domenica 17 dal Parlamento di Pristina la secessione dalla Serbia, il Kosovo appare oggi come un contenitore vuoto, tenuto insieme unicamente dal fattore etnico. Si tratta della logica conclusione di un percorso iniziato con l’implosione dell’ex-Yugoslavia, incapace di sopravvivere al suo fondatore, il maresciallo Tito, e che in questi vent’anni ha prodotto una serie di tragici conflitti le cui conseguenze sono ancora sotto gli occhi di tutti.Nel caso del Kosovo, il rischio immediato è quello di trovarsi dinanzi ad uno Stato che per vivere la propria quotidianità debba affidarsi pesantemente e unicamente agli aiuti internazionali. La guerra del 1999 ha distrutto la quasi totalità degli insediamenti industriali presenti nel Paese, portando all’abbandono delle zone minerarie nel Sud e ad una profonda crisi nel settore agricolo. Il reddito medio non supera i 250 euro mensili, il Pil secondo la Banca mondiale è il più basso d’Europa, la disoccupazione tocca il 60%, mentre le promesse privatizzazioni rimangono lettera morta: le esportazioni raggiungono solamente il 5% delle importazioni.Per un’area già divenuta negli ultimi anni un riferimento internazionale per la contraffazione nelle griffe dell’abbigliamento e per il mercato degli stupefacenti, il pericolo è quello di assistere – considerata proprio la sua posizione geografica – ad un proliferare di traffici più o meno illeciti che facciano dello Stato balcanico vera e propria terra di conquista delle Organizzazione mafiose internazionali. Ed alcuni già vedono il Kosovo (prima repubblica musulmana in Europa) come base per il terrorismo di matrice islamica, preoccupati per le numerose moschee e le diverse madrasse che continuano ad essere costruite in tutto il Paese grazie ai cospicui finanziamenti provenienti dal mondo arabo. E c’è il problema della tutela di una maggioranza divenuta minoranza; i serbi rimasti a vivere nella zona Nord del Paese, oltre il fiume Ibar, gelosi custodi dei monasteri ortodossi che testimoniano la prima evangelizzazione di queste terre. Sino ad oggi la loro protezione è stata affidata alle armi della Forza internazionale, da oggi di essa deve farsi carico il governo di Pristina proprio per dimostrare con i fatti la maturità del proprio essere Repubblica “democratica, laica e multietnica” (come recita la dichiarazione di indipendenza).In questo frangente, l’Unione europea ha ancora una volta dimostrato tutte le proprie lacerazioni quando in gioco è la politica estera. Se Francia, Italia, Germania ed Inghilterra si sono allineate alla posizione di Washington preannunciando il riconoscimento del nuovo Stato, Spagna, Romania, Slovacchia, Bulgaria e Cipro hanno ribadito il “no” deciso ad un atto che stabilisce un principio innovativo nel panorama internazionale. Con il Kosovo, infatti, le grandi potenze hanno accettato che l’identità etnica costituisce motivo per l’indipendenza. E questo non potrà non avere conseguenze ed effetti a lungo e medio termine in quei Paesi dove forti sono le spinte secessioniste, cominciando dagli Stati dell’ex-Unione Sovietica. Passata l’euforia per l’indipendenza, Europa e Stati Uniti, incapaci negli scorsi mesi di “obbligare” serbi e kosovari a sedere allo stesso tavolo fino al raggiungimento di una soluzione comune condivisa per la regione, devono sentire come prioritario l’impegno di attivarsi perché, in un futuro non troppo lontano, sia possibile uno sviluppo economico concreto (evitando, quindi, gli inutili aiuti a pioggia) in un contesto di pacificazione autentica e di tutela di tutte le parti presenti nel Paese. La missione civile “Eulex” è un primo, importante passo, ma da sola non può bastare.