KOSOVO

Dall’Ue risposte diverse

Alla dichiarazione unilaterale di indipendenza

Il Kosovo “non è un territorio come gli altri”. Vuk Jeremic, ministro degli esteri della Serbia, mette le mani avanti volendo spiegare la dura presa di posizione del suo governo dopo la dichiarazione unilaterale di indipendenza resa domenica 17 febbraio dalle autorità di Pristina. “Il Kosovo è al crocevia dell’identità, è il legame essenziale tra il nostro glorioso passato e il nostro futuro europeo”. Per questa ragione Belgrado punta i piedi, ritira gli ambasciatori dai Paesi che riconoscono la “secessione” (Stati Uniti e Francia tra i primi, seguiti dalla maggioranza dei Paesi Ue), cerca appoggi diplomatici a Mosca e Pechino.I 27 si dividono ancora. Jeremik porta in giro per l’Europa la ferma posizione del suo Paese, appena uscito da un duro scontro elettorale e che si trova a fare i conti con una “provincia meridionale” che prende un’altra strada con il beneplacito di mezza comunità internazionale. Gli eventi si succedono rapidamente: lunedì 18 arrivano i primi via libera a Pristina; i ministri degli affari esteri dei Ventisette si trovano a Bruxelles e, non raggiungendo l’unanimità, decidono che l’Europa procederà a ranghi sparsi. Il Consiglio Ue “prende atto che gli Stati membri decideranno nel rispetto delle pratiche nazionali” sulle relazioni con la nuova repubblica balcanica. L’elegante prosa del documento dei ministri significa che, ancora una volta, l’Ue non è riuscita a raggiungere un accordo su un tema di politica estera, che peraltro riguarda direttamente la geografia continentale. Martedì 19 altre capitali riconoscono la dichiarazione d’indipendenza o annunciano di aver avviato procedure in tale senso.Una “decisione inevitabile”. L’Alto rappresentante della politica estera di Bruxelles, lo spagnolo Javier Solana, vola a Pristina per incontrare Hashim Tachi, ex combattente dell'”esercito di liberazione” Uck e ora leader politico kosovaro. Solana è certo: “L’unità dell’Ue sulla questione Kosovo si misura sulla decisione di inviare la missione Eulex”, per “facilitare la transizione”, rafforzando le istituzioni e le amministrazioni locali e portando ingenti aiuti finanziari. Una missione composta da duemila civili, che si affianca a quella militare (17mila soldati) della Nato. Da Strasburgo il commissario finlandese all’allargamento Olli Rehn parla di “decisione inevitabile” da parte di Pristina. Nella città alsaziana è in corso la sessione plenaria dell’Assemblea, che dedica un dibattito trilaterale (Parlamento, Consiglio, Commissione) ai fatti degli ultimi giorni. Il presidente dell’Eurocamera, il tedesco Hans-Gert Poettering, spiega: “La dichiarazione di indipendenza rispecchia la volontà dei cittadini kosovari. Ora le autorità del Paese balcanico devono garantire democrazia, sicurezza e pari diritti a tutti i cittadini e collaborazione pacifica con gli Stati vicini, in una nazione plurietnica”. Futuro comune nell’Ue. Gli fa eco il ministro degli esteri sloveno Dimitrij Rupel, presidente di turno Ue: “Non ci sono più muri. La prospettiva dei Balcani occidentali è nell’Unione europea. La Serbia deve sbarazzarsi di Milosevic, del suo passato, e guardare avanti”. Annuncia per fine marzo un forum sui Balcani e insiste: “Dopo la vittoria di Tadic si è rafforzato il cammino serbo verso l’Europa”. Ma Rupel non fa i conti con lo stesso presidente serbo Boris Tadic che afferma: “La dichiarazione di indipendenza degli albanesi kosovari costituisce una flagrante violazione della risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza”. Sempre a Strasburgo il ministro serbo Jeremic incontra la commissione affari esteri del Parlamento Ue e poi rivolge un discorso al Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa. L’indipendenza del Kosovo, dice, “è un atto unilaterale, illegale e illegittimo”, che “pregiudica l’integrità territoriale della Serbia” e che “destabilizza i Balcani”. Il giovane capo della diplomazia spiega in un incontro con i giornalisti: “Non abbiamo alcuna intenzione di lasciare che qualcuno minacci l’unità del nostro paese e la sovranità nazionale. Respingiamo ogni azione delle autorità autoproclamate del Kosovo. Allo stesso tempo ci dichiariamo fin da ora disponibili a riprendere le trattative, sotto l’egida delle Nazioni unite, con le autorità provvisorie di Pristina”.Minacce secessioniste. “Il diritto internazionale è dalla nostra parte”, aggiunge Jeremic. Conferma che Belgrado non ricorrerà alla forza, poi puntualizza: “Ciò che è accaduto domenica è un atto grave. Altre regioni indipendentiste potrebbero domani rompere l’integrità territoriale dei Paesi europei”. Cita il caso di Cipro, ma in realtà tocca un tasto caro a molti premier che in Consiglio esteri si erano detti contrari a riconoscere il nuovo Kosovo: minacce secessioniste affiorano in Spagna, Grecia, Romania, Slovacchia… L’Ue – gli chiede un giornalista – potrebbe offrirvi in contropartita un’adesione in tempi brevi? “Noi non abbiamo intenzione di barattare una parte del nostro paese con un posto nell’Unione”.