A cuore aperto

Cuba

“Parlare di Cuba è come fare una operazione chirurgica a cuore aperto: dove si tocca è delicato”: una frase che può esprimere bene la difficoltà di descrivere la reale situazione del popolo cubano, che a volte teme di dire troppo, o troppo poco, e che spesso ripete all’interlocutore straniero che “per capire Cuba bisogna viverci”. Anche se, spesso, i cubani stessi ammettono di “non capire ciò che viviamo”. Le fughe, legali o illegali, di migliaia verso Miami e gli Stati Uniti e una barzelletta che gira tra la gente possono dare una lettura parziale di un certo sentire: “Cosa vuoi fare da grande?”, chiede il padre al figlio. “Lo straniero!”, risponde.La decadenza delle case dell’Avana, la mancanza di infrastrutture, la povertà generalizzata – perché i 10/15 euro mensili dei salari non sono niente in un Paese dove circolano due monete (e con il pesos “convertibile” pari al dollaro possono pagare solo i turisti o i più benestanti) -, appaiono subito evidenti all’occhio. A fare da contraltare, in positivo, c’è l’esuberante spontaneità e creatività della gente, la simpatia che suscita, la musica ovunque. Ma spesso, quando si incontrano i volti e le storie, emergono più le lacrime, il dolore, la fatica. L’utopia della rivoluzione, che pur negli ultimi tempi ha riconosciuto alcuni suoi errori, insieme all’embargo imposto dagli Stati Uniti, hanno portato Cuba ad una situazione di collasso ed immobilismo che ora, con la successione da Fidel Castro al fratello Raul, si traduce in una prospettiva di cambiamento dai contorni ancora incerti. Per molti “nada va cambiar” finché sarà in vita Fidel. Per altri ci saranno cambiamenti molto graduali, e le mille risorse del popolo cubano potrebbero far risollevare l’economia del Paese in poco tempo, se restituiti di tutte le libertà. La maggior parte degli 11 milioni di abitanti è oggi stremata del protrarsi di una situazione provocata dalla scarsità di risorse e di beni, da proibizioni oramai obsolete (uno dei più grandi desideri dei giovani è quello di poter viaggiare liberamente fuori dal Paese), come nell’acquisto di case, automobili, cellulari, o i divieti di transitare nelle spiagge e alberghi dei turisti, incantati solo dal mare e dall’immagine affascinante del Paese, che pur esiste. Per sbarcare il lunario e aggirare gli ostacoli la gente vive di espedienti, di mercato illegale, a volte rubacchiando in fabbrica beni o tempo. Una delle scene più tristi che si possa vedere all’Avana sono gli operai che escono dalle fabbriche, alle 5 del pomeriggio, e cercano di vendere sulle strade il panino e il succo di frutta del loro pranzo quotidiano. Rinunciano a mangiare per portare a casa pochi spiccioli per la cena di tutta famiglia. Il salario, insieme alla “libreta”, la tessera di razionamento dei generi alimentari, non basta per coprire i bisogni di intere famiglie. Per non parlare degli anziani, che intascano una pensione di 80 pesos al mese e vendono noccioline ai turisti. Così i laureati preferiscono fare i tassisti o i camerieri, i più inventano stratagemmi, altri sognano di emigrare. Chi ha già un pezzo di famiglia all’estero soffre duramente per lunghe separazioni, rese ineluttabili dalle difficoltà di movimento delle persone. Evita Fernandes, 31 anni, di Santiago, ha due figli qui e un marito a Portorico che lavora in una fabbrica di elettrodomestici, non lo vede da due anni.”Sto per finire gli studi in farmacia, ma se mi laureo, per altri 8-10 anni non avrò il permesso per il ricongiungimento. Vorrei una vita migliore per i miei figli”. Evita piange per il distacco e le incertezze del futuro, ha paura di parlare perché è già stata segnalata da alcuni “delatores” per aver espresso le sue critiche senza remore. “Vengo da una famiglia cattolica. Mia madre non ha potuto battezzarmi quando ero piccola perché era stata sanzionata – racconta -. Ho scelto di battezzarmi da grande. Ma dopo la visita del Papa molte cose sono migliorate per noi cattolici”.Però sul cambiamento politico molti sono scettici: “Cambia solo il nome del presidente, ma i bisogni del popolo rimarranno gli stessi”, dice Jorge Villa, 51 anni, invalido sul lavoro senza pensione. Ha scritto due anni fa una lettera a Raul, finora senza risposta, per chiedere sostegno. Qualcuno fa notare che sulla strada sono apparse tante bancarelle con cibarie: “Ma solo perché è in visita il card.Bertone e devono far vedere l’abbondanza. Normalmente il cibo non si trova”. Stesse critiche aleggiano intorno al decantato sistema sanitario, gratuito per tutti come l’istruzione fino all’università. Si dice che gli ospedali per i cubani non siano così efficienti come quelli per i turisti, che nelle corsie abbondino scarafaggi ma manchino cibo, medicine e medici, questi ultimi inviati legalmente a soccorrere i Paesi più poveri.Così la fuga diventa una dolorosa soluzione per tanti, anche a prezzo di perdere tutto, perché case e proprietà vengono definitivamente confiscate una volta usciti dal Paese. C’è poi la nota dolente dei diritti umani a Cuba, i prigionieri di coscienza in carcere per aver espresso le proprie opinioni e i tanti altri con condanne pesanti per reati lievi. Come il dramma dei condannati a morte, che nonostante la moratoria, ancora non sanno se la pena verrà commutata. Per il governo, e in alcuni casi pare sia vero, i dissidenti sarebbero stipendiati da entità degli Stati Uniti. Non ci sono dati ufficiali sui detenuti nelle carceri, ma secondo alcuni osservatori sarebbero circa 500.000. I pochi cappellani che vengono ammessi con molta cautela nelle carceri raccontano storie di grande sofferenza. Un giovane di 30 anni, sposato e con figli, è in carcere da 10 anni, insieme al padre e al fratello, ed è stato condannato alla pena capitale per aver ferito una guardia durante una rapina a mano armata. Non chiede la libertà, perché è cosciente di aver commesso un delitto, ma almeno di sapere quale sarà il suo destino.(27 febbraio 2008)