PRIMA PAGINA

Politici cristiani ed Europa

La storia, le scelte del Ppe e il “caso italiano”

Nei dibattiti che hanno come tema lo snellimento del sistema dei partiti si fa spesso riferimento alle organizzazioni partitiche europee. Questo è un segnale positivo che dimostra la sempre più forte presa di coscienza sull’intreccio delle strutture politiche all’interno dell’Ue. I partiti nazionali dei singoli Stati membri necessitano di un’unità di azione con i propri partiti “fratelli”: per poter essere incisivi a livello comunitario si rese necessaria una connessione politica transnazionale che oggi viene organizzata tra i partiti europei.Il Partito popolare europeo (Ppe) viene menzionato più frequentemente e in modo più significativo; si tratta infatti della forza politica di maggior rilievo presente nell’ambito dell’Unione europea. Tale formazione detiene la maggioranza relativa al Parlamento europeo e nella Conferenza dei suoi leader di partito è presente un numero maggiore di capi di governo rispetto a quello dell’organo corrispondente del suo concorrente principale: il Partito del socialismo europeo (Pse). Sulla base di questo sfondo, è comprensibile che in Italia – dove è in atto un processo di ricomposizione del quadro politico generale, esempio “non esportabile” ma interessante da studiare a livello europeo – i promotori del progetto “Popolo della Libertà” (Pdl) abbiano visto nel Ppe la propria futura casa europea, tanto più che la loro componente decisiva, ossia Forza Italia (Fi), ne era già membro.Identità e profilo del Ppe sono come sempre fortemente caratterizzati dalla sua origine e tradizione cristiano-democratica. Ciò significa che questo partito sostiene una politica orientata verso un’immagine cristiana dell’uomo. I suoi principi dominanti sono la riconciliazione, la pace, la giustizia, la solidarietà e la sussidiarietà. Da ciò si delinea come prassi la ricerca di una comunità federale di Stati e la riconciliazione tra le leggi di mercato e le esigenze di un’equa politica sociale. Quando nel 1976 fu fondato il Ppe, vi appartenevano soltanto i partiti cristiano-democratici, tra i quali la Democrazia cristiana italiana (Dc) che per molti anni è rimasta una forza motrice nello sviluppo contenutistico e organizzativo del Ppe. All’inizio degli anni ’90, il Ppe mise a punto una strategia di apertura che doveva permettere ai partiti privi della tradizione cristiano-democratica di divenire membri a condizione che aderissero al programma del Ppe e non ne mettessero in dubbio l’identità. L’apertura era divenuta necessaria poiché nella maggior parte dei Paesi, che si spinsero nell’Ue dopo la caduta della “cortina di ferro”, non era presente alcun partito cristiano-democratico. Il ruolo che avevano avuto le forze cristiano-democratiche negli stati fondatori della Comunità europea venne tutelato dai partiti con profilo liberale-conservativo sia negli stati dell’Europa settentrionale, finora neutrali, che in particolare nei paesi dell’Europa mediorientale.L’accoglienza di questi partiti non modificò sostanzialmente le finalità e la politica del Ppe.Il nascente Pdl non viene però considerato automaticamente membro del Ppe. Esso dovrà decidere se vorrà accettare il nuovo partito nel quale sarà parte essenziale Alleanza nazionale (An) con la sua specifica storia. Questa non sarà una decisione facile, poiché per quanto il Ppe sia interessato a includere nella sua unità di azione le forze politiche poste a destra del centro dello spettro partitico, deve anche salvaguardare la propria identità. Il fatto che l’Unione dei democratici cristiani e di centro (Udc), altro partito italiano che appartiene al Ppe, sia stato escluso dalla progettata costituzione del Pdl potrebbe dimostrarsi un ostacolo rilevante sulla base di tali circostanze.