UNIONE EUROPEA

La grande assente

Davanti alla recessione, tanti interventi ma nessuna concertazione

Mentre i mercati lanciano messaggi preoccupanti all’Europa, le istituzioni comunitarie provano a imbastire le contromosse per reagire a una recessione annunciata. La Commissione valuta i dati sul Prodotto interno lordo e l’occupazione, la Banca centrale fa i conti con i tassi di interesse e l’inflazione, gli Stati membri, in ordine sparso, studiano interventi a sostegno dei settori produttivi. Ma la “grande assente” nell’Ue rimane la concertazione delle azioni di medio e lungo periodo, che consenta di tener testa alla globalizzazione e alla concorrenza d’oltre confine.L’economia frena, i prezzi salgono. La conferma che l’economia Ue è in frenata e che il livello dei prezzi si sta surriscaldando viene dalla Commissione con le “Previsioni intermedie” rese note la scorsa settimana dal commissario spagnolo Joaquín Almunia. Nel corso dell’anno, infatti, “la crescita dovrebbe ricadere al 2% nell’Ue27 e all’1,8% nell’area euro”, ossia 0,4 punti in meno rispetto ai dati forniti in autunno. Le previsioni della Commissione si basano sulle sette economie principali dell’Ue: Germania, Francia, Gran Bretagna, Italia, Spagna, Paesi Bassi e Polonia, che insieme rappresentano l’80% del Pil Ue. Almunia chiarisce che da ottobre a oggi si sono “materializzati” alcuni fattori sinora percepiti solo come rischi: “la crisi prolungata dei mercati finanziari, il marcato rallentamento dell’attività negli Stati Uniti, gli elevati prezzi delle materie prime”. Da qui la crescita dell’inflazione, legata ai listini petroliferi e alle derrate alimentari, che si dovrebbe posizionare al 2,9% nell’Ue27.Occhi rivolti agli Stati Uniti. “L’Europa comincia a sentire gli effetti dei venti contrari a livello mondiale – spiega Almunia -. Tuttavia i suoi solidi fondamentali l’aiutano ad attraversare la tempesta”. La ricetta fornita dall’Esecutivo in questa fase è sempre la stessa: “Proseguire le riforme strutturali, controllare i bilanci statali”, ragionare sugli approvvigionamenti energetici e la stabilità dei mercati finanziari. Argomentazioni emerse all’European Business Summit del 21 e 22 febbraio a Bruxelles, che risuoneranno ancora il 13 e 14 marzo nella capitale belga nel corso del Consiglio Ue di primavera, centrato sulla revisione della Strategia di Lisbona. Per quanto riguarda i singoli paesi, le previsioni su base annua vedono la Polonia in cima alla classifica della crescita, con un +5,3%. A lunga distanza seguono Paesi Bassi (2,9%) e Spagna (2,7) ; gli altri paesi si collocano sotto la media Ue: Francia e Gran Bretagna 1,7; Germania 1,6; Italia 0,7%. Ma il commissario guarda avanti perché le previsioni lasciano intravvedere che la situazione potrebbe migliorare già nella seconda metà del 2008, ipotesi fondata “sul rapido rilancio dell’economia americana”. Una ipotesi tutta da verificare, vista la difficile realtà che emerge in questi giorni oltreoceano.Più lavoro, poca formazione. Spetta invece al commissario al lavoro Vladimir Spidla spiegare che l’occupazione continua a crescere nell’Ue, nonostante il rallentamento del ciclo economico. Alcune riforme realizzate a livello nazionale “cominciano a dare i loro frutti”, anche se rimangono diversi problemi, fra cui le differenze fra Stato e Stato e l’insufficiente formazione professionale. La Relazione sull’occupazione nell’Ue è attesa per venerdì 29 febbraio, eppure il commissario ceco ne fornisce alcune anticipazioni. “Nell’ultimo biennio sono stati creati 6,5 milioni di nuovi posti”, mentre nel corso di quest’anno la disoccupazione “dovrebbe scendere sotto il 7%”. La Relazione che esamina l’attuazione dei programmi nazionali di riforma del mercato del lavoro segnala però “diversi aspetti che destano preoccupazione”: fra di essi, l’elevatissima disoccupazione giovanile, il dato modesto sul lavoro femminile, “il sottoinvestimento nell’istruzione e nella formazione”. Punti di forza, limiti, sfide. Formule magiche in questo campo non esistono. È ovvio che l’economia Ue nel complesso mostra una discreta capacità di stare sui mercati mondiali, grazie a produzioni di qualità, moderne organizzazioni aziendali, sufficienti dotazioni di capitali, capacità di innovazione, vocazione internazionale. Non mancano peraltro i limiti, legati ad esempio al costo del lavoro, alle carenze su infrastrutture e servizi rivolte alle imprese, alla burocrazia e al peso del sistema fiscale. D’altro canto è vero che il mercato unico creato grazie al processo di integrazione tutela meglio i lavoratori (pensiamo alle garanzie offerte a un operaio cinese o a un contadino del Ghana), i consumatori, le produzioni e le tipicità nazionali, le stesse piccole e medie imprese. Raggiunti alcuni standard di base, è però possibile alzare gli obiettivi, con una vera concertazione economica tra i 27 e i paesi candidati, un rafforzamento della “dimensione sociale” dell’economia (la Strategia di Lisbona era nata anche per questo), la sua “sostenibilità ambientale”, la lotta agli squilibri regionali e nazionali, una univoca presenza nelle organizzazioni internazionali, fra cui l’Organizzazione mondiale del commercio.