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Russia: in attesa di segnali per la politica europea e per quella mondiale
L’ombra di Vladimir Putin, da un decennio l’uomo forte della politica russa, si allunga sul nuovo presidente Dmitri Medvedev, da lui voluto prima alla presidenza del colosso energetico Gazprom e poi nell’agone politico. Il nuovo inquilino del Cremlino, eletto domenica 2 marzo con circa il 70% dei consensi (gli aventi diritto al voto erano oltre 108 milioni, due terzi i votanti), dovrà ora ricambiare i tanti favori ottenuti dal suo “inventore”: lo stesso Putin potrebbe essere nominato primo ministro da Medvedev, condividendo con lui le redini del paese euroasiatico. L’esito delle urne era scontato. Gli altri aspiranti presidenti non hanno mai impensierito la corsa del delfino dello “zar”. Il comunista Ziuganov, il nazionalista Zhirinovski e lo sconosciuto Bogdanov si spartiscono le briciole delle preferenze. Veri e propri avversari democratici e liberali non erano presenti, esclusi, per ragioni diverse, dalla macchina elettorale. I mass media, quasi tutti vicini a Putin, non hanno certo contribuito a creare una vera competizione. Non a caso gli osservatori internazionali dell’Osce e del Consiglio d’Europa, con l’appoggio dell’Ue, avevano dichiarato da tempo che la tornata presidenziale era da considerarsi dubbia e non in linea con gli standard democratici europei. Diffusi i risultati, gli osservatori del CdE hanno confermato tutte le loro perplessità per bocca del capo delegazione, Andreas Gross: “Il voto riflette la volontà di un elettorato il cui potenziale democratico, sfortunatamente, non è stato espresso appieno”. Il capo della Commissione di Bruxelles, José Manuel Barroso, ha invece vestito i panni istituzionali: si è congratulato con il nuovo eletto e ha auspicato un “consolidamento della partnership strategica” Ue-Russia, “fondata non solo su interessi comuni ma anche sul rispetto di quei valori per i quali dichiariamo il nostro impegno comune”. A bocce ferme è ora possibile formulare alcune domande sul futuro della Russia, dal quale peraltro dipendono anche tante vicende internazionali: in tal senso si pensi agli stretti legami tra Mosca e Belgrado, in chiave balcanica; alla capacità persuasiva del Cremlino rispetto all’intera Ue, suo importante cliente energetico; agli influssi verso Corea del Nord o Iran; alla stabilità delle ex repubbliche sovietiche. Il primo carnet di interrogativi riguarda la politica interna russa. Riassumendo: Medvedev saprà smarcarsi da Putin e assumere autonomia d’azione? Il neo presidente ha dichiarato in campagna elettorale che avrebbe proseguito le strade percorse dall’amico Vladimir. Eppure a ridosso del voto ha spiegato che in Russia c’è bisogno di riforme, di novità economiche, di libertà personali. Saranno solo parole di circostanza oppure convinzioni profonde cui dare coerentemente seguito? Il secondo gruppo di incognite concerne la statura internazionale del capo del Cremlino. La Russia è ancora un colosso, che può svolgere un ruolo positivo sulla scena mondiale, contribuendo alla pace e alla cooperazione tra gli Stati, oppure può divenire soggetto di estrema conflittualità. Le prime prove di Medvedev nel caso balcanico, ancor prima dell’incoronazione, non sono state incoraggianti. Quale atteggiamento terrà su temi caldi come il Kosovo, il Medio Oriente, l’Africa? Quali i rapporti con gli Usa, l’Unione europea e con Pechino? Rispetto a temi-chiave quali l’energia e gli armamenti assumerà un profilo conciliante o alimenterà tensioni minacciose per il mondo intero? Molte risposte giungeranno dal tipo di rapporto che verrà instaurandosi proprio tra Putin e Medvedev. L’annunciata “continuità politica” del secondo rispetto al primo non costituisce, al momento, un elemento rassicurante.