PROBLEMI SOCIALI

Occorre più impegno

Commissione Ue su capacità di rispondere ad antiche e nuove povertà

Lotta alla povertà infantile, efficace tutela della salute, lavoro e riforma dei sistemi previdenziali. Sono i principali indicatori che la Commissione ha utilizzato per misurare la capacità di risposta dell’Europa comunitaria e dei suoi Stati membri ai problemi sociali, siano essi “tradizionali” (indigenza) oppure “emergenti” (aumento del numero dei malati anziani non autosufficienti). Per l’Esecutivo si evidenziano passi in avanti in questa direzione, ma i risultati che l’Ue si era riproposta negli anni scorsi non sono ancora stati raggiunti.La crescita economica non basta. Le analisi della Commissione sono contenute nella “Relazione congiunta per il 2008 sulla protezione e l’inclusione sociale”, discussa il 29 febbraio dal Consiglio dei ministri dei 27. Il documento verrà quindi presentato al vertice del capi di Stato e di governo del 13-14 marzo “al fine di illustrare la dimensione sociale del pacchetto Crescita e occupazione”. Il vertice di primavera sarà l’occasione per fare il punto della situazione sulla Strategia di Lisbona per la competitività, lo sviluppo, l'”economia della conoscenza”, il “lavoro di qualità” e la “coesione sociale”. “Le nostre riforme della protezione sociale e le politiche di inclusione stanno producendo risultati”, spiega il commissario Vladimír Špidla, responsabile di questo settore delle politiche Ue. “Ma una crescita vigorosa e la creazione di posti di lavoro – aggiunge – non migliorano automaticamente la situazione delle persone più emarginate. Dobbiamo far interagire le varie politiche per assicurare la piena inclusione dei soggetti più vulnerabili”.Troppi bambini poveri in Europa. La Relazione presentata dalla Commissione quest’anno è stata imperniata su alcune “tematiche chiave”, al fine di monitorare con maggior esattezza e portare alla luce quei problemi che riguardano i cittadini, le famiglie, le categorie a rischio di emarginazione o che comunque godono di minori opportunità. Difficoltà rilevanti sono legate alla differente situazione dei paesi aderenti, ai diversi standard di vita, ai livelli salariali, ai servizi pubblici (scuole, ospedali). Nella relazione si legge, ad esempio, che il 16% dei cittadini Ue “rimane esposto al rischio di povertà”, mentre un ulteriore 8% della popolazione non ha redditi sufficienti nonostante il fatto di avere un lavoro. “Sui 78 milioni di europei che vivono a rischio di povertà, 19 milioni sono bambini”. Il collegio dei commissari sostiene dunque che “per spezzare il circolo della povertà e dell’esclusione occorrono politiche sociali mirate e si deve fare in modo che ogni bambino renda meglio a scuola se si vogliono assicurare le pari opportunità per tutti”. Si devono in particolare rafforzare le politiche di antidiscriminazione “in relazione ai lavoratori migranti e ai loro figli e alle minoranze etniche”.Occupazione e servizi per l’infanzia. Minori con un futuro precario sono soprattutto quelli che vivono in nuclei familiari con genitori disoccupati o a “scarsa intensità lavorativa” o “perché il lavoro dei loro genitori non è sufficientemente redditizio” e le iniziative nazionali a sostegno dei redditi “sono inadeguate per ovviare al rischio di indigenza”. Restando nel campo della lotta alla povertà infantile è quindi necessaria “una combinazione di buone opportunità di impiego che consentano ai genitori di accedere al mercato del lavoro e di progredirvi, azioni adeguate e ben concepite a sostegno degli stipendi e la messa a disposizione dei necessari servizi per i bambini e le loro famiglie”. L’insistenza con la quale l’Ue chiede da tempo agli Stati membri di investire negli asili per l’infanzia e le scuole materne non è casuale. Sanità e welfare: disparità nell’Ue. Un altro criterio con il quale è possibile valutare la coesione sociale è quello riguardante la tutela della salute. La Relazione che verrà sottoposta ai leader dei 27 a metà marzo insiste sulle “ampie disparità” che si incontrano in ambito sanitario viaggiando dall’Estonia al Portogallo, dalla Finlandia fino a Malta. Un dato per tutti: la speranza di vita degli uomini passa dai 65,3 anni in Lituania ai 78,8 di Cipro e della Svezia; quella delle donne dai 76,2 registrati in Romania agli 84,4 della Francia. Da qui l’urgenza di investire nel campo medico, nelle strutture ospedaliere, nelle eccellenze sanitarie. Senza trascurare modalità “quotidiane” di difesa della salute fisica, come la promozione di stili di vita sani (alimentazione, sport, prevenzione medica) e riservando specifiche attenzioni “ai gruppi sociali più difficili da raggiungere”, fra cui i soggetti molto anziani o soli, i disabili e i malati gravi, le famiglie che vivono ai margini della società, le minoranze etniche. Nella Relazione appaiono inoltre osservazioni su lavoro (in particolare delle persone over-55; con una ingiustificata sottovalutazione della grave disoccupazione giovanile), invecchiamento demografico, riforme pensionistiche e dei sistemi di welfare.