OLANDA
Eutanasia neonatale: nessun caso nel 2007
Nel 2007 nei Paesi Bassi non è stato denunciato alcun caso di eutanasia neonatale alle autorità competenti. Una circostanza che ha provocato dubbi al responsabile della Commissione centrale di periti per l’aborto tardivo e la soppressione della vita dei neonati, istituita dal governo olandese nel 2006. A parere di molti è verosimile che casi del genere ancora si verifichino: tra loro Joep Hubben, docente di diritto sanitario all’università di Groeningen. In passato si sospettava che ogni anno i medici effettuassero circa 15 casi di eutanasia su bambini gravemente malati o con forti handicap. Sull’argomento si è espresso anche il referente per i problemi etici della Conferenza episcopale olandese e attuale arcivescovo di Utrecht, mons. Willem Jacobus Eijk, sulla rivista Medicina e morale dell’Università Cattolica di Roma. Il protocollo di Groeningen. Nei Paesi Bassi l’aiuto attivo alla morte è praticabile dai medici, in maniera non perseguibile per legge, a patto di seguire un determinato protocollo. Tra le condizioni per la praticabilità devono esserci: l’incurabilità della malattia, l’intollerabilità della sofferenza, il consenso espresso dell’interessato e la presenza di un medico indipendente, non coinvolto al procedimento. Nel 2004 venne elaborato, nell’ospedale di Groeningen e in accordo con la locale procura, un protocollo che regolamenta la procedura da applicare per la soppressione della vita di bambini in tenera età che soffrono in modo insopportabile di malattie incurabili. Tale protocollo, noto come Protocollo di Groeningen, è stato accettato, nel 2005, dell’associazione dei pediatri olandesi. I gruppi di neonati sui quali va presa una decisione medica per abbreviare la vita sono tre: quelli che non hanno possibilità di sopravvivere e che moriranno poco dopo la nascita; quelli che hanno diagnosi negativa e dipendono da terapia intensiva, con difficili prospettive di vita futura; bambini con prognosi disperata che soffrono in modo insopportabile. Sofferenza attuale e sofferenza futura. “Quello che è grave – scrive mons. Eijk – è che la decisione medica riguardante le prime due categorie viene considerata normale”. Il Protocollo di Groeningen regolamenta in realtà la terza categoria, superando un precedente limite, posto nel 1992 dai pediatri olandesi con il rapporto “ Fare o omettere?” “a patto che si seguano alcune condizioni rigorose quali la certezza della diagnosi, la sofferenza senza prospettive, l’accertamento da parte di un medico indipendente, il consenso dei genitori, l’intervento eseguito in conformità a visioni mediche accettate”. “Viene accolta e superata – ricorda il presule – anche la richiesta di chiarezza e tutela legale da parte dei medici in merito all’eventuale accusa di omicidio mancando il requisito del consenso nel caso dei neonati. Infatti il Ministro della giustizia, con una lettera alla Camera del 29/11/2005, ribadiva il divieto di porre termine alla vita senza richiesta come fatto perseguibile dal Codice penale, ma indicava una procedura da seguire appellandosi alla situazione di emergenza e, elemento nuovo, parlava di notifica non ad un pubblico ministero, ma a una Commissione nazionale di periti (un giurista, un esperto di etica e tre pediatri) tenuta ad esaminare l’accuratezza del procedimento e valutare il passaggio o meno al procedimento penale”. I ministri, continua mons. Eijk, distinguono due situazioni nelle quali l’intervento sembra accettabile e sono quelli di una morte vicina nel tempo e le sofferenze indicibili, situazioni di stabilità della sofferenza e dolori insopportabili senza possibilità di vita autonoma. “La sofferenza attuale, ricorda il vescovo, costituisce l’elemento discriminante”. Di parere diverso è il Centro per l’etica e la salute, che prevede la possibilità di prevenire la sofferenza futura.Il conflitto di doveri. Nelle discussioni sull’eutanasia è da domandarsi se “il medico che pone fine alla vita si trovi di fronte ad un conflitto di doveri – quello di difendere la vita o abbreviare o togliere la sofferenza – cosicché possa fare appello alla situazione di emergenza”. Una ricerca riguardante la prassi dell’eutanasia per il 2005, indica che i miglioramenti prodotti dalle cure palliative non rendono necessari l’eutanasia, il suicidio assistito, e il porre termine alla vita attivamente senza richiesta. I dati del 2005, confrontati con il 2001, hanno dimostrato una forte diminuzione dei casi di eutanasia (3.500 contro 2.325) e affini e un significativo aumento della sedazione palliativa (8.500 nel 2001 contro 9.700 nel 2005). “La discussione su situazioni sempre nuove, in cui porre fine alla vita di neonati rappresenta una soluzione – si chiede mons. Eijk – non è forse un sintomo dello scivolamento sul piano inclinato della negazione e un attacco al principio del valore intrinseco della vita umana?” Si profila una posizione che “giustifica, per alcune situazioni, non soltanto il porre termine alla vita su richiesta, ma anche il porre fine alla vita dell’interessato senza che egli lo abbia richiesto”.