GIOVANI ED EUROPA

Il sogno dei padri

Il card. Poupard nel 50° del Parlamento europeo

“Educare le giovani generazioni a guardate all’Europa con occhio al tempo stesso appassionato e disincantato: appassionato come di chi sa di dover proporre con le parole e con la vita un ideale alto, capace di dare un’anima all’Europa, e al tempo stesso disincantato perché conosce le difficoltà che una concezione a volte smodata della libertà a volte porta con sé”. È l’impegno, “innanzitutto culturale e formativo”, rilanciato il 18 marzo a Lodi (in Italia) dal vescovo mons. Giuseppe Merisi, che è anche delegato della Conferenza episcopale italiana presso la Comece (Commissione degli episcopati dell’Unione europea), in apertura del convegno “Il sogno dei padri dell’Europa è ancora attuale? Il cammino europeo di fronte alla cultura moderna”. L’incontro è stato promosso alla vigilia del 50° anniversario dell’insediamento della prima assemblea del Parlamento europeo e dell’elezione del suo primo presidente, Robert Schuman (19 marzo 1958), dall’associazione “Amici di San Colombano per l’Europa”, con la diocesi di Lodi e con il quotidiano locale “Il Cittadino”.Al servizio del bene comune. “Se la Chiesa ritiene non essere di sua competenza pronunciarsi in favore di un tipo specifico di sistema politico per l’Europa, tuttavia sente il bisogno di dover ricordare che ogni progetto politico in via di elaborazione dovrà essere al servizio del bene comune, nel pieno rispetto della persona umana e delle dimensioni che la caratterizzano” ha rammentato il presidente emerito del Pontificio della Cultura, card. Paul Poupard, intervenuto all’incontro. “L’Europa non saprà costruirsi su un semplice sistema di mercato. Essa esige una volontà politica fondata su un insieme di valori comuni che nel corso dei secoli hanno arricchito questo patrimonio culturale condiviso che noi chiamiamo Europa”. Per questo “non possiamo lasciare fuori della porta della Casa europea le religioni che hanno contribuito e contribuiscono ancora alla cultura e all’umanesimo dei quali è legittimamente fiera” e “il silenzio, nella Carta costituzionale europea, sull’azione positiva delle religioni è un’afasia aggiunta ad un’amnesia riduttiva incapace di riconoscere il loro potenziale di umanità e la loro capacità creatrice in seno ai popoli”. Laicità e libertà di coscienza. “La Chiesa – ha precisato il card. Poupard – non pretende certo la direzione degli affari degli Stati, e ne riconosce” alle autorità statuali “la piena responsabilità” nella “giusta separazione dei poteri”, considerando “la giusta laicità come la garanzia della libertà di coscienza di tutti i cittadini”. Essa, tuttavia, “ha per missione di ispirare l’amore del bene e il rifiuto del male” e “fa sì che il Vangelo fecondi le culture, incoraggi i politici, sviluppi la carità per il bene dell’uomo e della società e costituisca l’anima dell’Europa”. “La missione del cristianesimo per l’Europa consiste – secondo il porporato – nel restituirle la sua vera dimensione, per essere pienamente la casa accogliente di diversi popoli e culture”. La battaglia in favore dell’uomo. “La costruzione della nuova Europa”, realtà ancora “in cammino” e “sulla cui strada non mancano difficoltà”, ha osservato ancora il presidente emerito del dicastero vaticano, sta dimostrando che “un’Europa verticistica e burocratica che non riesce a far amare ai cittadini il progetto unitario europeo, sta rischiando” addirittura “di farglielo mal sopportare”. Si tratta, allora, di “vedere quale Europa vogliamo costruire, ovvero di quali contenuti culturali, sociali, antropologici, spirituali si voglia riempirne il processo di integrazione economica e politica”. Per il card. Poupard occorre rimettere al centro l’uomo, “cuore del cristianesimo e del progetto europeo, perché è solo lui che può aprire le vie del futuro”, e “l’unica battaglia che vale davvero la pena combattere, è la battaglia in favore dell’uomo”. Di qui l’urgenza di “un nuovo umanesimo”: “solo nel riconoscimento della centralità della persona si può trovare una comune base di intesa” neutralizzando “la forza dirompente delle ideologie”. Una minoranza capace di credere. Di fronte alle sfide poste dalla cultura odierna “non c’è spazio per l’apatia e il disimpegno e ancor meno per la parzialità e il settarismo”; per questo non bisogna “cedere alla paura o al pessimismo” ma “coltivare piuttosto l’ottimismo e la speranza”, perché “il destino di una società dipende sempre da una minoranza capace di credere”. Il presule ha quindi sottolineato l’importanza del “dialogo interculturale e interreligioso” che “non può più ridursi ad una scelta stagionale”, ma costituisce “una necessità vitale da cui dipende in gran parte il nostro futuro”. E il dialogo va condotto anche “con la cultura laica”, in un “rapporto di prossimità e di tensione”. Il sogno dei padri fondatori dell’Europa – ha concluso il cardinale – “è oggi più che mai di grande attualità e tocca a noi realizzarlo nel suo faticoso cammino di fronte alla cultura moderna”.