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Un principio insostenibile

Aborto più accessibile: se ne discuterà alla prossima plenaria Apce

“Questa proposta si fonda su un presupposto non corretto basato a sua volta su un principio insostenibile: che esista un diritto all’aborto, mentre non si può definire esercizio di un diritto il violare il diritto alla vita di un altro essere umano”. Maria Luisa Di Pietro, copresidente dell’associazione italiana “Scienza & Vita” (che tutela la vita dal concepimento alla morte naturale) e bioeticista presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, commenta in questi termini a SIR Europa il rapporto della Commissione pari opportunità dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa (Apce) reso noto il 18 marzo, che verrà discusso dal 14 al 18 aprile in seno alla plenaria dall’assemblea a Strasburgo. Il documento invita gli Stati membri del Consiglio d’Europa che ancora non l’hanno fatto – Andorra, Irlanda, Malta e Polonia – a depenalizzare l’aborto, e sottolinea, tuttavia, che anche nei Paesi in cui l’aborto è legale, “le condizioni non sempre sono tali da garantire alla donna l’effettivo esercizio di questo diritto”. Tra gli ostacoli indicati dal testo, “la mancanza di dottori che accettino di praticare l’interruzione di gravidanza, i ripetuti e obbligatori consulti medici, il periodo di tempo concesso per la riflessione e i lunghi tempi di attesa.”Ma l’aborto non è mai un diritto – ribadisce Di Pietro -: la stessa impostazione di molte leggi europee in materia non muove da un presunto diritto all’aborto, bensì dal cosiddetto ‘stato di necessità’. Pur consentendo l’interruzione volontaria di gravidanza, queste norme non riconoscono tale pratica quale diritto della donna”. Per Di Pietro, il rapporto della Commissione pari opportunità costituisce “un inopportuno tentativo di pressione nei confronti dell’esercizio di un diritto che spesso è una falsa richiesta di autonomia e autodeterminazione della donna, o nasconde solitudine e povertà di diverso tipo. Sappiamo infatti – spiega – che la maggior parte di queste richieste proviene da persone in condizioni di difficoltà economiche o che subiscono pressioni da parte di una società che non accetta chi è disabile o portatore di qualche patologia”. Spesso, insomma, “la donna si sente quasi condizionata ad operare determinate scelte che, perché non libere, scelte in realtà non sono”. “Più che pensare di legittimare tutto questo e di imporlo anche negli Stati nei quali ancora non è stata prevista una legge in materia”, per l’esperta occorrerebbe “porsi una domanda sul problema principale, e cioè per quale motivo una donna ricorra all’aborto, e per quale motivo non si faccia nulla per ridurre al massimo questa tragedia mettendo sempre più donne nelle condizioni di poter vivere pienamente il proprio progetto di maternità e, soprattutto, consentendo a tanti esseri umani in fase embrionale di continuare il loro sviluppo”. Sull’obiezione di coscienza dei medici, citata dal documento come “ostacolo” all’esercizio del diritto di abortire, Di Pietro replica: “È un segnale importante; buona parte della classe medica si è finalmente resa conto di avere nel proprio sangue e nel Dna della professione la volontà di porsi al servizio della vita e della salute. Un segnale positivo. E l’obiezione di coscienza, in quanto diritto riconosciuto dalla legge, è una forma di libertà che non si può ledere”. Più in generale, conclude l’esperta, “sia in Italia che in Europa, nella classe medica e nella gente comune si sta facendo strada una crescente sensibilità nei confronti della tutela della vita in tutte le sue fasi, che va in direzione opposta rispetto al documento di Strasburgo. Mi sembra che ciò che si tenta di imporre in molte sedi europee non sia il sentire di tanti, bensì l’ideologia di pochi”.