Costretti ad essere “forti”

VERSO SYDNEY 2008

“L’uomo non parla, non piange, è un duro. Vige il mito del vecchio West, trasportato agli antipodi. Gli uomini non sanno esprimere emozioni o, se lo fanno, lo fanno poco e male. Non sanno esternare le tragedie che vivono (abbandoni del coniuge, lutti, perdite del lavoro). L’uscire di scena con violenza autolesionistica è una possibilità contemplata, presa tristemente in considerazione. Non dimentichiamo che questo è un Paese poco popolato in cui la gente, all’inizio, venne perché costretta, (galeotti, ndr), ciò accadde 7-8 generazioni fa”. A parlare è Diego De Leo, psichiatra, direttore dell’Istituto australiano di ricerca e prevenzione dei suicidi presso la Griffith University di Brisbane. In Australia, Paese che ospiterà la prossima Gmg (Sydney, 15-20 luglio), il problema dei suicidi giovanili ha aspetti drammatici al punto da spingere il governo australiano nel 1995 a varare il Programma nazionale di prevenzione del suicidio giovanile, in risposta al gravissimo aumento che, tra gli anni ’60 e ’90, aveva portato ad un incremento del 300% nei tassi di suicidio tra i più giovani (sotto i 25 anni). Nel 2000 il programma è stato esteso a tutte le fasce d’età e rilanciato a dicembre del 2007 anche col contributo scientifico dell’istituto di Brisbane, con un investimento di diverse centinaia di milioni di dollari. “La Gmg potrebbe avere un impatto formidabile sui giovani ed è un’occasione da sfruttare”, afferma lo psichiatra in quest’intervista al SIR.

Ci sono dati precisi sul numero dei suicidi giovanili in Australia?
“Il problema dei suicidi è molto sentito in Australia. Il tasso generale è di poco al di sopra dei 10 casi per 100,000, in discesa rispetto al 1997, quando nel Paese fu di 15 casi/100,000. Da allora il fenomeno si è ridotto di circa 1/3. La fascia a maggior rischio di suicidio, nei maschi, è quella tra i 25 e i 34 anni (circa 29 casi per 100,000 abitanti). Nelle donne la fascia è quella tra i 35 e i 44 anni (poco più di 6 casi/100,000). Se parliamo di aborigeni il tasso è quasi il doppio, il triplo per i giovani sotto i 25 anni”.

Per quale motivo?
“La deprivazione dell’identità culturale, la perdita delle radici ambientali, sono stati tutti costretti a spostarsi, la mancata integrazione nel mondo occidentale, l’alcoolismo, la violenza domestica. Fortunatamente di recente ci sono state le scuse ufficiali del governo Rudd, con i tre storici I am sorry (Mi dispiace, ndr). Speriamo che questo si traduca presto in qualche cosa di concreto. Io sono fiducioso”.

Cosa spinge un giovane a togliersi la vita?
“Malattie mentali come depressioni, psicosi, abusi di sostanze stupefacenti o alcooliche, disturbi di personalità. Spesso non sono identificate in tempo o non trattate propriamente. Altre volte uccide più la difficoltà a trovare lavoro, ad avere una relazione stabile, ad avere credibilità presso i pari età e nella società. Da non dimenticare le difficoltà finanziarie, rottura di relazioni, umiliazioni, abusi sessuali, malattie invalidanti. Tutte contribuiscono in modo sostanziale, ma i disturbi mentali, in particolare la depressione, rimangono in primo piano per frequenza”.

Motivazioni comuni a tanti giovani non solo australiani…
“Ciò che forse distingue i giovani australiani, e gli anglo-sassoni in genere, è la scarsa propensione al comunicare la sofferenza e chiedere aiuto. I maschi, soprattutto, sono costretti ad essere forti e ad avere successo, nello sport e nella vita. L’enfasi sullo sport qui è fortissima, forse più forte che in ogni altra parte del mondo. Non sembra esserci molta tolleranza verso quelli che non sono protetti da una corazza di muscoli ipertrofici e i deboli in genere. In questo Paese, inoltre, la rottura con il partner ha un’associazione fortissima con il rischio di suicidio, come dimostrato da ricerche condotte dal mio istituto. Va detto anche che il suicidio è un fenomeno contagioso in termini di imitazione”.

Scuola e famiglia possono aiutare il giovane. Anche la religione?
“La religione potrebbe fare tantissimo, soprattutto dando un significato alla vita, altrimenti difficile da trovare in un mondo individualista e materialista come il nostro. Personalmente credo che la Chiesa dovrebbe puntare sempre più su valori come la solidarietà e la disponibilità”.

Un evento come la Gmg che impatto potrà avere sulla gioventù australiana?
“Dipenderà dalla forza dei messaggi che emergeranno. Certo l’occasione è formidabile da sfruttare non solo con il necessario supporto dei media, ma con una serie di proposte concrete quali progetti di collaborazione internazionale su temi comuni, centri di organizzazione visibili ed efficienti capaci di sfornare idee ed iniziative di largo impatto”.

(2 aprile 2008)