MIGRAZIONI

Famiglie sotto stress

Una realtà che interroga la Chiesa soprattutto nelle grandi città europee

“Famiglie in emigrazione. Speranza e sfida per la chiesa” è stato il tema del recente incontro annuale dei responsabili della pastorale migratoria nelle grandi città europee avvenuto a Lione dal 2 al 5 marzo. Questa volta erano rappresentate quattordici città: Barcellona, Basilea, Bruxelles, Colonia, Düsseldorf, Ginevra, Lucerna, Lussemburgo, Lione, Milano, Parigi, Roma, Torino e Vienna. “Il tema della famiglia – spiega Laura Deponti del Cserpe (Centro studi e ricerche per l’emigrazione promosso dalla Congregazione dei missionari scalabriniani in 25 Paesi del mondo) – sta ritornando al centro del dibattito e dell’attenzione all’interno della chiesa e della società, anche a motivo delle grandi trasformazioni che stanno avvenendo nell’ambito delle relazioni familiari. In emigrazione il ruolo della famiglia è centrale nella scelta di partire verso un Paese straniero per migliorare le condizioni di vita di tutti i familiari. Al tempo stesso, tuttavia, lo sradicamento e le problematiche legate alla vicenda migratoria mettono a dura prova i legami più profondi: quello tra marito e moglie e quello tra genitori e figli”.Forti disagi sociali. I partecipanti all’incontro di Lione si sono soffermati in primo luogo sulle principali problematiche sociali ed economiche che affliggono le famiglie dei migranti e dei rifugiati. “Da una panoramica delle diverse città europee – sottolinea Deponti – risultano situazioni differenti, ma anche alcuni elementi comuni. Vi sono disagi sociali forti soprattutto per i migranti appena arrivati ed in particolare per coloro che non hanno un permesso stabile o sono clandestini. Le famiglie straniere devono accontentarsi di salari bassi, posti di lavoro precari, condizioni abitative disagiate, sono costrette a vivere nella provvisorietà, se non nella paura dell’espulsione”. “Nella maggioranza dei paesi – fa eccezione la Germania – i figli dei clandestini hanno il diritto di frequentare la scuola dell’obbligo, ma hanno notevoli difficoltà a proseguire i loro studi e ad ottenere una formazione professionale. In generale, un po’ ovunque si evidenziano le difficoltà scolastiche delle seconde generazioni”.Giovani tra due “mondi” culturali. Per Deponti “le legislazioni migratorie e la struttura del mercato del lavoro in Europa influiscono non poco sulla vita delle famiglie migranti. In alcuni casi le opportunità di impiego determinano la separazione dei membri della famiglia per un lungo periodo oppure un cambiamento di ruoli tra marito e moglie – in alcuni casi le donne trovano più facilmente lavoro degli uomini”. Di conseguenza “si verificano crisi nel rapporto di coppia o con i figli”. “La seconda generazione, cioè i ragazzi nati nel paese di immigrazione, implica per la famiglia migrante la necessità di un dialogo e di un confronto più diretto con la società di accoglienza, una messa in questione dei propri valori e tradizioni di origine”. I giovani, infatti, si muovono tra due “mondi” culturali – prosegue l’esperta -: quello dei propri genitori e quello della scuola, del tempo libero, degli amici”. “Anche per le famiglie di religione cattolica la questione non è di facile soluzione: ciò vale sia per i gruppi di più antica emigrazione (italiani, portoghesi…) che per i nuovi immigrati cattolici (latinoamericani, africani, filippini, cristiani mediorientali…). Qui si innesta una grande sfida per le strutture della pastorale migratoria: la trasmissione della fede ai figli degli emigrati, i quali risultano facilmente assorbiti dal processo di secolarizzazione proprio di tutti i giovani europei”. Passato e presente. Questa trasmissione, osserva ancora Deponti, “deve poter trovare alimento nei valori della fede di origine, ma anche permettere a questi ragazzi di essere cristiani in una società molto diversa da quella dei propri genitori”. Il teologo Michel Younès, docente all’Istituto Cattolico di Lione e lui stesso originario del Libano, ha parlato della “perpetua tensione presente all’interno delle famiglie immigrate: tra passato e presente, tra società tradizionale e moderna. Tale tensione può rappresentare uno stress difficile da sostenere oppure una crisi di crescita, sorgente di vita. Nell’ottica della fede, a partire dalle Sacre Scritture, è necessario interpretare l’emigrazione non solo come situazione dolorosa, ma come chiamata di Dio – simile a quella rivolta ad Abramo – che affida alla famiglia migrante cristiana il compito della testimonianza che muove verso un futuro dinamico coinvolgendo anche le nuove generazioni”. “Tenendo conto delle sfide sociali e pastorali e riconoscendo la ricchezza di vita delle famiglie migranti, i responsabili della pastorale migratoria delle grandi città europee – conclude Deponti – hanno sottolineato nel messaggio conclusivo del convegno il loro impegno sia sul fronte della solidarietà e della sensibilizzazione delle società locali sia sul fronte della cura pastorale per una cattolicità sempre più viva all’interno della chiesa”.