BOSNIA-ERZEGOVINA
Il ruolo delle Chiese in un Paese ferito e diviso
Mons. Pero Sudar, vescovo ausiliare di Sarajevo, non usa giri di parole per descrivere la situazione del suo Paese a più di dieci anni dalla fine della guerra. “Ora il destino della Bosnia-Erzegovina è molto più chiaro. All’inizio, la divisione etnica era stata accettata, ritenendo che non ci fossero alternative per fermare la guerra. Era stata subita nella prospettiva di una nuova integrazione. Adesso, invece, la gente si accorge che il processo innescato dagli accordi di Dayton ha sancito questa divisione. È chiaro, cioè, che dalla separazione in due entità si è passati alla separazione in due popoli. La Repubblica Serba è stata assegnata al popolo serbo e la Federazione al popolo bosniaco. La terza etnia, quella croata, è stata ridotta a minoranza, purtroppo però senza i diritti che normalmente vengono garantiti a questo status”. In questo senso la responsabilità della comunità internazionale è grande, mentre non è corretto dire che in Bosnia-Erzegovina c’è stata una guerra religiosa e che tuttora le Chiese impediscono la riconciliazione. Intanto la situazione economica appare sempre più critica.Punto d’incontro tra Oriente e Occidente. La Bosnia-Erzegovina è stata per secoli la faglia sulla quale si incontrava il mondo occidentale e quello orientale: il territorio più orientale dell’Occidente e quello più occidentale dell’Oriente. Le tre etnie hanno convissuto pacificamente fino alla guerra degli anni Novanta. Sarajevo era chiamata la Gerusalemme europea, perché lì vivevano assieme tre religioni monoteiste. “Se siamo sinceri, dobbiamo riconoscere – continua mons. Sudar – che la nostra gente, a qualunque popolo appartenga, era disposta e capace di vivere assieme. Nessuno può mettere in dubbio che durante questa guerra la gente è stata strumentalizzata e resa intollerante. Allo stesso modo in cui è stata imposta la soluzione di Dayton, poteva essere trovata anche un’intesa più etica, più adatta ad una pace duratura. Perché non è stato fatto? Il 63% della popolazione della Bosnia-Erzegovina aveva votato in un referendum per la creazione di uno stato unitario. È chiaro allora che l’accordo serviva per facilitare un’altra operazione nella regione balcanica”. Si riferisce al Kosovo? “Certamente. Per poter togliere il Kosovo alla Serbia si è tentato di crearne uno «nuovo» in Bosnia-Erzegovina, compromettendo così i principi morali ed etici oltre che il diritto internazionale”.Economia al collasso. Anche la situazione economica della Bosnia-Erzegovina è estremamente critica. Con un tasso di disoccupazione che sfiora addirittura il 50%, le sacche di povertà sono ovviamente consistenti. Il costo della vita non è molto diverso da quello occidentale. I salari, però, sono estremamente più bassi. Un operaio guadagna circa 600 marchi convertibili (300 euro) ed un direttore di banca 1500 marchi (750 euro). Guardando alcune macchine di grossa cilindrata nelle concessionarie e sulle strade alcune perplessità sono legittime. Dalle battute colte tra la gente si sente parlare apertamente di mafia e di criminalità organizzata. La guerra poi, anche qui, ha arricchito gente senza scrupoli. Perché non ci sono gli investimenti stranieri? “Nessuno si assume il rischio di investire da noi – afferma mons. Sudar – perché il nostro apparato politico amministrativo è un «mostro», che non è in grado di garantire nessuna stabilità e prospettiva. Le fabbriche (ce n’erano parecchie) sono state distrutte durante la guerra. Ora nessuno ha i soldi per ricostruirle”.Etnia e religione. Quale ruolo hanno giocato le religioni in questi anni? “Le religioni – spiega il vescovo di Sarajevo – sono state un elemento che ha aiutato la gente a conservare la propria identità nazionale e culturale. Durante il periodo turco, quello austriaco o nel periodo del comunismo il croato non diceva «sono croato», ma «sono cattolico» e così faceva capire chi era. Lo stesso vale per gli ortodossi e i musulmani. La religione poteva, però, anche essere strumentalizzata per convincere la gente a combattere per la propria sopravvivenza, facendo leva sul sentimento religioso dei credenti ed anche dei non credenti. Secondo alcuni dati, ad esempio, prima della guerra, solo l’11% del popolo serbo era battezzato. Durante la guerra, invece, tutti i serbi erano uniti e disposti a combattere contro l’avanzata dell’Islam. Certamente la guerra non aveva niente a che fare con l’avanzata dell’Islam o con le pretese del Vaticano. Però questi argomenti potevano essere «venduti» bene. Il sentimento religioso poteva essere sfruttato da coloro che non credevano (prima della guerra erano tutti atei). Non è possibile che un vero credente possa prendere parte in una guerra come la nostra (perché chi crede non può fare la guerra), ma un «credente presunto» certamente può sentirsi obbligato a combattere un nemico. Non si può dire allora che le Chiese e le comunità religiose in Bosnia-Erzegovina abbiano dato il loro contributo alla guerra o abbiano ostacolato il processo di pace. Non è vero”.