CONSIGLIO D'EUROPA
Aborto: risoluzione del CdE per la depenalizzazione
Depenalizzare l’aborto negli Stati in cui ciò non sia già avvenuto; “garantire l’esercizio effettivo del diritto ad abortire”; “rispettare la libera scelta delle donne”; superare le restrizioni, di fatto o di diritto, all’accesso a un aborto senza rischi: sono alcuni dei passaggi-chiave della risoluzione 1607/2008 adottata a maggioranza il 16 aprile dall’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa (Apce). Quattro le ore di dibattito in emiciclo, con l’analisi di 72 emendamenti: ma alla fine il testo è passato con 102 voti a favore e 69 contrari. Pratica “consentita” ma “da evitare”. L’Apce, riunita in plenaria al Palais de l’Europe dal 14 al 18 aprile, ha affrontato diversi temi e accolto numerosi ospiti, fra cui la cancelliera tedesca Angela Merkel e la premier ucraina Yulia Tymoshenko . L’attenzione era però concentrata sul progetto di risoluzione stilato dalla deputata socialista Gisela Wurm (Austria) su “Accesso a un aborto senza rischi e legale in Europa”. L’Assemblea ha sottolineato che “in quasi tutti i Paesi membri del Consiglio d’Europa, la legge consente l’aborto nei casi in cui serva a salvare la madre del bambino”. Esso è autorizzato anche per ragioni diverse, o entro un certo termine massimo, nella maggior parte dei Paesi a eccezione di Polonia, Irlanda, Malta, Monaco e Andorra. Il testo, lievemente emendato dall’aula, afferma che “l’aborto non può in alcun caso essere considerato come un mezzo di pianificazione familiare” e, “per quanto possibile, deve essere evitato”. Quindi si sostiene che “tutti i mezzi compatibili con i diritti delle donne devono essere messi in opera” per ridurre le gravidanze non desiderate e l’aborto. Indice puntato su alcuni Paesi. Segue un’altra considerazione: benché l’aborto sia legale nella maggioranza degli Stati, in molti di essi “varie condizioni restringono l’accesso effettivo a un aborto senza rischi”. Inoltre, nei Paesi in cui l’aborto è legale, la carenza di strutture sanitarie, la mancanza di medici che accettano di praticare l’aborto, i consulti sanitari resi obbligatori, “rendono l’accesso all’aborto più difficile”. La risoluzione afferma che la scelta ultima di ricorrere o meno all’aborto deve spettare solo alla donna. Secondo l’Apce, vietare l’aborto non porta a una riduzione delle interruzioni di gravidanza, ma “conduce piuttosto agli aborti clandestini, più traumatici e pericolosi”, che accrescono la mortalità femminile e generano il cosiddetto “turismo dell’aborto”: in questo caso la commissione preparatoria aveva ritenuto di puntare l’indice su Irlanda e Polonia (secondo la commissione per le questioni sociali in questo Paese cliniche private praticherebbero interruzioni di gravidanza illegali, mentre “Chiesa e Stato chiudono gli occhi su questa pratica”). Limiti e contraddizioni. Il documento, che aveva suscitato tensioni e creato divisioni tra i parlamentari, invita quindi gli Stati CdE ad adottare “strategie appropriate” in materia di salute sessuale e riproduttiva, a rendere disponibili mezzi contraccettivi a “costi accessibili”, a istituire nelle scuole, come materia obbligatoria, l’educazione sessuale e relazionale e, da ultimo, a promuovere una predisposizione “più favorevole alla famiglia” con campagne d’informazione adeguate. Durante il dibattito in emiciclo molti interventi hanno segnalato “limiti” e “contraddizioni” della risoluzione, contestando soprattutto l’esistenza di un “diritto all’aborto”, perché “esso non è un diritto, bensì un problema”.Numerose le obiezioni al testo. Tra le obiezioni sollevate dai deputati, è stato sottolineato anzitutto il fatto che nel testo non si parla mai del “diritto alla vita”, che invece “è uno dei valori-cardine del Consiglio d’Europa”. Si tace dei traumi e delle sofferenze affrontate dalle donne che abortiscono; del diritto del padre di esprimere un parere responsabile sulla decisione della madre di abortire o meno, cercando così di rafforzare il legame di coppia. Non si scommette sulla possibilità di accompagnare la decisione della coppia di accettare una gravidanza “indesiderata” o “a rischio”, anche mediante coraggiose politiche e servizi a sostegno del nucleo familiare. “L’alternativa – è stato detto dai banchi socialisti – non è tra diritto alla vita e libertà di abortire, ma tra diritto all’aborto esplicato in strutture pubbliche adeguatamente attrezzate e accessibili o forme illegali, cruente e rischiose di interruzione della gravidanza”. Dai banchi popolari e dalla destra (ma il tema ha creato divisioni interne e distinguo all’interno dei gruppi politici) sono state invece ribadite le priorità etiche riguardanti l’accoglienza della nuova vita, il diritto all’obiezione di coscienza da parte dei medici, il fatto che “l’aborto non riguarda solo la donna e il suo bambino, ma la famiglia e l’intera società”. Non sono mancate sottolineature circa il “rispetto della sovranità degli Stati in questi ambiti etico-morali”.