IL PAPA NEGLI USA
È la quarta volta di un Papa alle Nazioni Unite. La prima volta, nell’ottobre del 1965, fu Paolo VI a prendere la parola davanti all’Assemblea Generale, nel ventesimo anniversario della fondazione, e far risuonare nelle sale ovattate del Palazzo di Vetro il famosissimo grido “Non più la guerra, non più la guerra! La pace, la pace deve guidare le sorti dei Popoli e dell’intera umanità!”. Quattordici anni dopo, un Giovanni Paolo II al suo primo anno di pontificato, avviava proprio da quel grido il suo saluto ad un’Assemblea Generale che lo guardava con curiosità. Nel 1995, in occasione del quarantesimo anniversario, l’Assemblea accolse di nuovo papa Wojtyla, questa volta con grande affetto e familiarità. Egli rispose con un lungo e articolato appello alla costruzione della “civiltà dell’amore” che avrebbe rivolto pochi anni dopo, col Giubileo, a tutti i giovani del mondo. Oggi è toccato a Benedetto XVI che ha parlato a New York in un contesto mondiale molto diverso da quello che caratterizzò gli incontri dei suoi predecessori.
Le Nazioni Unite sono l’istituzione più alta che la civiltà umana ha prodotto, creata per armonizzare gli atti delle Nazioni in favore della pace e dello sviluppo. Vivono oggi un tempo faticoso, vittime della difficoltà di costruire convergenze nel mondo tuttora instabile che ha seguito la caduta del muro di Berlino e a causa degli attacchi di chi intende screditarle per non essere ostacolato nella propria azione. L’indebolimento degli ultimi anni, amplificato peraltro proprio da chi getta discredito, e alcuni scandali, anche questi spesso divulgati ad arte quando il Consiglio di sicurezza doveva prendere decisioni delicate, hanno reso cauti i passi dell’Organizzazione. E il clima non è più quello dell’entusiasmo degli anni Sessanta, in cui l’Onu era in pieno rafforzamento ed espansione, né quello della speranza dell’ingresso nel nuovo millennio, quando l’Assemblea scelse con enfasi gli Obbiettivi di sviluppo del millennio, senza immaginare la sferzata brusca che l’11 settembre avrebbe provocato.
Benedetto XVI, in questo contesto, ha scelto uno stile molto contenuto per il suo intervento. Ha ricordato e apprezzato il compito dell’Onu in favore della tutela universale della dignità umana, in particolare in favore della sicurezza, dello sviluppo, della riduzione delle disuguaglianze locali e globali e della protezione dell’ambiente. Ha citato l’Africa e le parti del mondo che “rimangono ai margini di un autentico sviluppo integrale” e ribadito il principio della “responsabilità di proteggere la propria popolazione da violazioni gravi e continue dei diritti umani, come pure dalle conseguenze delle crisi umanitarie”, responsabilità di cui deve farsi carico la comunità internazionale quando gli Stati non riescano a garantirla. Un passaggio che ha evocato, senza citarla, la crisi dei prezzi alimentari che sta preoccupando la popolazione più povera del pianeta. Ha dedicato molta attenzione alla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, di cui corre il sessantesimo anniversario, ribadendo che quei diritti “si applicano ad ognuno in virtù della comune origine della persona” e sono riconoscibili nella “legge naturale iscritta nel cuore dell’uomo e presente nelle diverse culture e civiltà” e non come “esclusivo risultato di provvedimenti legislativi”.
Affermando l’importanza del discernimento, cioè “la capacità di distinguere il bene dal male” il Papa ha ricordato il rischio di “affidare in maniera esclusiva ai singoli Stati la responsabilità ultima di venire incontro alle aspirazioni di persone, comunità e popoli interi”. È questo il passaggio che introduce la parte finale e più intensa del discorso di Benedetto XVI, che ricorda l’importanza di consentire pieno sviluppo alla dimensione religiosa della vita dell’uomo. Con un passaggio duro: “È perciò inconcepibile che dei credenti debbano sopprimere una parte di se stessi la loro fede per essere cittadini attivi; non dovrebbe mai essere necessario rinnegare Dio per poter godere dei propri diritti”. Si può leggere in queste parole un riferimento alla situazione cinese, in cui i cristiani in diverse aree del Paese e i buddisti in Tibet, vedono limitata la loro libertà religiosa, ma anche a quelle di Paesi musulmani in cui i cristiani sono perseguitati o sono vietate le conversioni.
Il Papa lascia all’Onu un invito e un impegno per il futuro. L’invito a lavorare insieme presso le Nazioni Unite che “rimangono luogo privilegiato nel quale la Chiesa è impegnata a portare la propria esperienza in umanità”, e l’impegno dei credenti di tutte le religioni a “proporre una visione della fede non in termini di intolleranza, di discriminazione e di conflitto, ma in termini di rispetto totale della verità, della coesistenza, dei diritti e della riconciliazione”.
Riccardo Moro
(18 aprile 2008)