IL PAPA NEGLI USA
La giornata è fredda, nuvolosa. Una nebbia avvolge i grattacieli della grande mela. Il ricordo non è freddo e non c’è nebbia attorno, pensando a quanti, quell’11 settembre 2001, hanno perso la vita nel crollo delle Twin Towers, le torri gemelle. Le foto dei 343 vigili del fuoco della stazione 10 sono vicine al monumento, un bassorilievo sul muro della caserma ricorda il loro sacrificio per salvare vite umane. E c’è una immagine che riaffiora alla memoria, il cappellano portato dai vigili su una sedia, quasi moderna pietà americana in quel terribile giorno in cui 2.896 esseri umani persero la vita. Si chiamava padre Mychal Judge, francescano cappellano dei pompieri di New York e vittima numero 0001 nell’elenco ufficiale dei morti a Ground zero: arrivò’con i primi vigili e rimase sepolto all’esterno delle torri, dal crollo dell’edificio.
Al centro del cratere, la dove c’è il “bed rock” cioè la roccia su cui poggiano gli edifici della città, c’era Dympna Judge Jesich, 74 anni, sorella gemella del sacerdote. Con lei altre 23 persone hanno potuto salutare il Papa, familiari delle vittime, poliziotti, vigili del fuoco.
La giornata conclusiva del viaggio di Papa Benedetto negli Stati Uniti è forse tutta in quell’immagine, il Papa in ginocchio, in preghiera: “che Dio porti pace in un mondo violento”. Preghiera silenziosa. Struggenti le note di Carter Brey, primo violoncello della Filarmonica di New York storica la tournée di un mese fa in Corea del nord, Pyongyang che porta Bach in questo luogo di dolore e di sofferenza. Ci sono anche le cornamuse della banda scozzese della polizia di New York.
Su tutto però vince il silenzio, la preghiera, il ricordo. Il Papa in ginocchio, una candela accesa. Preghiera per un mondo in cui pace e amore regnino tra le nazioni e nei cuori di tutti. Preghiera perché coloro che hanno il cuore e la mente consumati dall’odio guardino verso il cammino di amore indicato da Dio.
Tutto intorno è silenzio. Anche il cantiere i ferma, le strade di svuotano. Le televisioni mostrano quei momenti. Anche i maxi schermi a Times square mostrano il Papa in preghiera, in quel cratere spoglio, senza abbellimenti. Solo bandiere lungo quella passerella che porta giù a 80 metri sotto il livello della strada, quasi ponte tra due mondi, quello dell’odio e quello dell’amore.
“Ti chiediamo nella tua compassione prega il Papa di portare guarigione a coloro che, a causa della loro presenza qui quel giorno, soffrono di ferite o malattie. Guarisci anche il dolore delle famiglie in lutto e di tutti coloro che hanno perso una persona amata in questa tragedia. Dai loro la forza di continuare le loro vite con coraggio e speranza”. Prega, il Papa, il Dio della comprensione: “permetti a coloro cui è stata risparmiata la vita di vivere in modo che le vite perdute qui non siano state perse invano”. Ground zero come le Nazioni Unite, messaggio al mondo, momento di speranza. Messaggio che parla di rispetto della persona umana, della sua dignità. Messaggio di speranza, perché non sia il buio, la nebbia a guidare i passi dell’uomo.
Il viaggio di Benedetto XVI negli Stati Uniti termina con la celebrazione nello stadio di baseball degli Yankee di New York. Occasione per ribadire che la verità é dono, frutto della conversione alla verità di Dio. “La vera libertà ricorda il Papa fiorisce quando ci allontaniamo dal giogo del peccato, che annebbia le nostre percezioni e indebolisce la nostra determinazione”. E per rinnovare il suo appello in difesa della vita e alla solidarietà’ con i più’ indifesi, a cominciare dai non nati. “Possiate trovare il coraggio – ha chiesto ai 60 mila cattolici che hanno partecipato alla messa nello Yankee Stadium di New York – di proclamare Cristo e le immutabili verità’ che hanno fondamento in lui: le sole verità che possono garantire il rispetto della dignità e dei diritti di ogni uomo, donna e bambino nel mondo, compresi i più’ indifesi tra gli esseri umani, i bimbi non ancora nati nel grembo materno”.
In questa terra di libertà religiosa, ha quindi affermato il Papa, “i cattolici hanno trovato non soltanto la libertà’ di praticare la propria fede ma anche di partecipare pienamente alla vita civile, recando con sé le proprie convinzioni morali nella pubblica arena, cooperando con i vicini nel forgiare una vibrante società democratica”. Per questo ha chiesto di superare ogni separazione tra fede e vita, opponendosi ai falsi vangeli di libertà e di felicità, respingendo la falsa dicotomia tra fede e vita.
Fabio Zavattaro
(21 aprile 2008)