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La strada giusta

L’appello del Dalai Lama e il Parlamento Ue

“Alla luce delle ripetute richieste avanzate dal Dalai Lama per la ripresa di negoziati”, il governo “avrà dei contatti con un rappresentante personale del Dalai Lama”. Dietro il tono formale di una nota affidata all’agenzia Nuova Cina, il governo di Pechino lancia un messaggio di disponibilità sia al popolo tibetano che al mondo intero. Molti osservatori si dicono però scettici e le parole di venerdì 25 aprile sembrano più che altro una mossa dilatoria o, al più, un gesto di buona volontà per non guastare la festa dei Giochi olimpici. Ma i problemi tra Cina e Tibet, così come quelli del rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali all’interno del Paese comunista, rimangono tutti sul tavolo. Il gesto di Pechino. La comunicazione proveniente dal governo guidato dal premier Wen Jiabao giunge, non a caso, nel giorno in cui il presidente della Commissione europea, José Manuel Barroso, è in visita a Pechino. Jiabao, così come il presidente della Repubblica popolare Hu Jintao, vorrebbe allentare la pressione internazionale, sapendo che in vista delle Olimpiadi i riflettori mondiali saranno puntati sul suo paese, che vive una fase di gigantesche contraddizioni politiche, economiche, sociali, ambientali, oltre ad essere un protagonista “scomodo” sullo scacchiere internazionale (Corea, estremo oriente, Tibet e regione himalayana, Africa…). Da parte sua Barroso, che aveva “ribadito a Jiabao le posizioni dell’Ue”, si è detto “felicissimo della disponibilità al dialogo dichiarata dal governo cinese”. Molti altri leader europei, così come il presidente Bush, hanno mostrato attenzione e soddisfazione, pur in attesa degli esiti della vicenda. Europa titubante. Da decenni, infatti, il Tibet attende reale autonomia amministrativa e libertà culturale e religiosa; richieste rilanciate con le proteste dei monaci all’inizio di marzo e amplificate dalle manifestazioni di piazza, represse da Pechino con violenze e arresti. Su questi temi l’Ue resta però titubante. I 27 Stati membri non hanno voluto assumere una posizione univoca circa l’eventuale boicottaggio della cerimonia d’apertura dei Giochi. Dal canto suo almeno il Parlamento Ue punta l’indice contro il regime cinese, cui chiede (risoluzione del 10 aprile) l’immediato rilascio delle persone arrestate nelle ultime settimane, di aprire le porte del Tibet agli stranieri e in particolare ai giornalisti, di rispettare i diritti umani e quelli delle minoranze. In realtà la seconda parte della nota governativa cinese del 25 aprile conferma la vecchia “teoria del complotto”, che lascia intravvedere la scarsa volontà di dialogo di Pechino. “È sperabile – vi si legge – che attraverso le consultazioni il Dalai Lama faccia gesti credibili per cessare ogni attività tesa a dividere la Cina; che smetta di complottare e di istigare la violenza; che rinunci a sabotare le Olimpiadi”. Accuse completamente infondate. La testimonianza di Gyaltsen. “La strada giusta è quella che indica il Dalai Lama: pace, non violenza, rispetto. Per tutti i tibetani e tutti i cinesi”. Gyaltsen Drolkar è stata per 12 anni nella prigione di Drapchi; nei giorni scorsi è stata invitata proprio al Parlamento di Strasburgo a portare la sua testimonianza di ciò che accade in Tibet. Nel suo Paese ha subito ogni genere di soprusi e violenze, ma al Sir racconta la sua storia senza mai un’espressione di rabbia o desiderio di vendetta. “Nel 1990 stavo manifestando a Lhasa”, capitale del Tibet, “per chiedere libertà religiosa e diritti umani”. L’allora diciannovenne monaca buddista implorava “rispetto per la mia gente e la mia terra. Ma la polizia ci ha arrestate. Dopo un processo sommario abbiamo avuto una pena di 4 anni. In carcere abbiamo subito interrogatori, torture. Ci picchiavano con cinghie e calci, ogni giorno”. Drolkar aggiunge: “In cella cantavamo canzoni di pace. Un giorno ci hanno di nuovo processate, all’interno del carcere, infliggendoci una pena di altri 8 anni. Non pensavo di uscire viva di là”, ma ciò “è stato possibile grazie alle pressioni internazionali degli ultimi tempi”. Ora la giovane tibetana vive rifugiata in Belgio. “Continuo a sperare – dice – per un futuro di pace e libertà. Per questo rivolgo il mio appello a tutti i Paesi e all’Europa perché facciano pressioni sulle autorità cinesi a favore del mio popolo”. Perché “sì” alle Olimpiadi. Thomas Mann, eurodeputato tedesco, presiede l’intergruppo parlamentare sul Tibet: “Serve una reazione europea forte e univoca. La Cina – afferma – deve riconoscere a questo Paese autonomia culturale ed economica, rispettandone la specificità. Il Parlamento Ue, dal canto suo, deve aprire le porte al Dalai Lama, per dar voce al suo popolo. Noi, infine, dobbiamo essere favore del regolare svolgimento delle Olimpiadi, per costringere la Cina, sotto i riflettori dei media internazionali, a intraprendere la strada del rispetto dell’identità tibetana”.