COMECE

Con una sola voce

Europe infos: politica estera tra sussidiarietà e bene comune

“Una politica estera comune deve condurre ad allargare il senso del bene tra gli europei”: è la conclusione dell’analisi tracciata da padre Henri Madelin nel numero di aprile di “Europe infos”, mensile della Comece (Commissione degli episcopati della Comunità europea) e dell’Ocipe (Ufficio cattolico di informazione e iniziativa per l’Europa), che si apre con una nota di Stefan Lunte (old.agensir.it). Esaminando alla luce della dottrina sociale della Chiesa cattolica la politica estera dell’Ue delineata nel nuovo Trattato, Madelin osserva che “le nuove disposizioni del Trattato insistono, fin dal preambolo, sugli obiettivi che devono guidare lo sviluppo dell’Unione all’interno e all’esterno: pace, protezione dei cittadini, solidarietà, coesione”. Elementi che “devono poggiare su un corpo di valori”. In questo enunciato, per Madelin, si legge “il riconoscimento da parte del nuovo Trattato dell’eredità culturale, religiosa e umanista dell’Europa”.Sussidiarietà e bene comune. Anche “la concentrazione della politica estera Ue nelle mani di un unico rappresentante (la figura dell’Alto Rappresentante per la politica estera e la sicurezza comune introdotta dal Trattato, ndr)” trova, a giudizio del gesuita, “alcune corrispondenze con i principi di sussidiarietà e ricerca del bene comune del magistero sociale della Chiesa”. “Il principio di sussidiarietà – spiega – funziona verso il basso ma anche verso l’alto” quando “gli scalini inferiori si rivelano incapaci di perseguire al loro livello la ricerca di un bene comune sufficientemente pertinente”. Per Madelin, “il trasferimento della responsabilità della politica estera al livello di un’Europa desiderosa di parlare con una sola voce corrisponde con i testi magisteriali”, in particolare le encicliche “Quadragesimo anno” di Pio IX (1931) e “Pacem in terris” di Giovanni XXIII (1963). “Innalzarsi ad un livello superiore – conclude il gesuita – presuppone, infatti, sia l’analisi dei limiti umani sui quali sono inciampate le pratiche precedenti, sia una nuova coesione tra i partner”, nella convinzione che il bene comune è “la coniugazione del bene della comunità con la comunità del bene”.Religione a scuola. “In Europa le istituzioni religiose hanno perduto la propria influenza pubblica e la religione si è ritirata sempre più nella sfera privata”, ma ciò rischia di far smarrire al vecchio continente “la conoscenza delle proprie radici”. Per questo, sottolinea Michael Kuhn, alcuni anni fa il ministro della cultura francese Jack Lang ha voluto la reintroduzione di “un corso di religione al fine i permettere alle future generazioni di comprendere i ‘segni’ della propria cultura”. In seguito a tale richiamo nel 2005 il Consiglio d’Europa ha adottato una raccomandazione in materia di “educazione e religione”, ed è stato attivato un “Gruppo di lavoro” all’interno del Consiglio superiore delle scuole. “La differenza tra le forme e i contenuti dei corsi di religione nelle scuole pubbliche d’Europa crea problemi” osserva Kuhn, prcisando che “tali corsi dovrebbero aiutare gli alunni ad approfondire la conoscenza della propria religione e ad aprirsi alle altre”, senza “servire all’evangelizzazione, né sostituirsi ai genitori nell’educazione religiosa”. In questo senso è in via di definizione a livello europeo “un nuovo programma quadro”.L’uomo al centro. La modernizzazione delle politiche europee per l’impiego si fonda su un approccio combinato di flessibilità e sicurezza, detto “flessicurezza”. “Se la flessicurezza è sinonimo di sostegno ai disoccupati di lungo periodo, è una buona cosa” osserva mons. Ludwig Schwarz, vescovo di Linz, ma, avverte, “non bisogna ritenere” che essa “consentirà la creazione di nuovi impieghi” e occorre vigilare affinché “non costringa le persone a dover accettare indegne condizioni di lavoro”. “In Europa – osserva – si registrano, al tempo stesso, un alto tasso di disoccupazione e, paradossalmente, un significativo tasso di surmenage legato al lavoro”. Per Schwarz “non si tratta, dunque, di creare artificialmente lavoro perché le persone abbiano qualche cosa da fare ma, piuttosto, di ripartirlo meglio”. L’Europa, afferma, “dovrebbe sostenere gli Stati membri affinché non scalzino i loro sistemi di garanzie sociali con il rischio di creare un nuovo proletariato poverissimo”. Il futuro del continente “dipende tanto dalla realizzazione di questo obiettivo, quanto dal pareggio dei bilanci nazionali”, perché “se le riforme economiche non riescono a combattere la povertà, ma spingono sempre più persone ad accettare precarie condizioni di lavoro o le privano di ogni sostegno”, ne deriveranno alti “costi sociali”, e “ne faranno le spese anche la qualità della produzione e la sicurezza pubblica”. “La flessicurezza può avere esiti positivi – è la conclusione di Schwarz – solo se l’uomo verrà messo al centro” dei provvedimenti, in linea con il magistero sociale della Chiesa, secondo il quale “oggetto del lavoro è il capitale, ma soggetto ne è la persona”.