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Per un’Europa della persona

Intervista con il presidente del Ccee, card. Péter Erdö

Riconciliazione e integrazione; impegno comune contro il relativismo, la secolarizzazione e per la promozione di un’Europa solidale e attenta alla dignità della persona; sostegno ad una “sana” laicità e al dialogo con le istituzioni comunitarie: a delineare, a Giovanna Pasqualin Traversa per SIR Europa, le priorità della Chiesa cattolica nel continente è il card. Péter Erdö , arcivescovo di Esztergom-Budapest e presidente del Ccee (Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa).In che modo nell’attuale situazione le Chiese possono contribuire al processo di integrazione europea?“Da due millenni, molto prima della diplomazia e della politica, il cristianesimo è stato e continua ad essere una forza trainante ed integrante nella cultura e nella civiltà del continente. Su queste premesse la Chiesa non viene dopo la politica, ma costituisce di per sé una solida base di integrazione fondata sulla centralità della persona, sulla solidarietà e sulla sussidiarietà. Un’integrazione ‘sana’, giacché il cristianesimo non ha annullato il carattere nazionale e le identità culturali dei singoli, ma anzi ha fortemente contribuito alla loro formazione. Ritengo pertanto che la nostra missione debba proseguire attraverso incontri, iniziative di preghiera e concrete azioni di carità in comune con le Chiese europee, attraverso i quali far sentire anche a livello spirituale ed emotivo quella fratellanza così necessaria fra i popoli per una coesistenza pacifica e riconciliata. La Chiesa non può inoltre venire meno al suo dovere di far sentire nella società e nella vita concreta la propria voce sui temi della solidarietà e della giustizia, ma anche sui valori naturali e le questioni etiche, in particolare vita, persona e famiglia. E non solo con riferimento alla legislazione europea o al rapporto con le istituzioni Ue, ma anche nella realtà quotidiana della popolazione”. Quali, allora, le priorità di intervento?“Chiese dell’Est e dell’Ovest, e a livello ecumenico tutte le Chiese cristiane d’Europa, devono unirsi per combattere insieme l’indebolimento della base antropologica della nostra cultura e il rischio di manipolazione delle coscienze. Abbiamo il dovere di mostrare insieme che il Vangelo è in grado di dialogare con ogni cultura e dobbiamo promuovere la capacità, oggi scarsamente utilizzata, di ragionare non secondo una logica utilitaristica, ma ispirata alla promozione della persona e del bene comune, che non è la somma dei desideri o degli interessi individuali. In Europa è venuta meno proprio questa capacità di una visione d’insieme e, con essa, il senso della corresponsabilità. Una conseguenza di questo sfascio antropologico che la Chiesa è chiamata ad affrontare è la visione strettamente economico-finanziaria che appare prevalente nell’Ue e sembra ispirare in via quasi del tutto esclusiva i ragionamenti della politica”.Che limiti intravede la Chiesa in tale visione?“Si tratta di un parametro molto parziale, che non consente un’appropriata e completa percezione della realtà. Considerando solo gli aspetti più strettamente economici sfuggono all’attenzione delle istituzioni e del sistema produttivo altri fondamentali elementi come la qualità della vita, il rispetto per la dignità della persona, la tutela dell’ambiente, l’importanza del silenzio e di ritmi e tempi di vita e di lavoro più umani. Come Chiesa dobbiamo inoltre far comprendere che in una visione economica più ampia e più ‘alta’, anche la solidarietà e la fiducia tra i membri della società e la qualità delle relazioni umane, pur essendo valori non materialmente quantificabili, costituiscono un importante fattore di crescita”. Nel suo recente viaggio negli Usa, il Papa ha visto nei cattolici locali uno stimolo per i cattolici europei e ha sottolineato il valore positivo del modello di laicità americana…“La cosiddetta ‘laicità americana’, nasce dalla tradizione politico-sociale di una separazione tra Stato e Chiesa non necessariamente ostile, mentre in Europa si riscontrano diverse forme di separazione che in qualche Paese esprimono in modo strutturale una sorta di avversione o diffidenza verso la Chiesa. Nelle repubbliche post-comuniste la laicità dello Stato come separazione tra Stato e Chiesa è un fenomeno recente e non è generalmente ostile alla libertà religiosa; non mancano qua e là fenomeni di avversione, tuttavia essi non rientrano nella struttura costituzionale dei Paesi. Un’eredità di sospetto e un atteggiamento negativo segnano viceversa il paradigma della laicità in alcuni Paesi dell’Europa occidentale, ad esempio la Francia. Bisogna tuttavia aggiungere che il confronto fra i due continenti è questione molto complessa poiché si tratta di contesti storicamente diversi e, per quanto riguarda il nostro continente, anche variegati al loro interno”. Che caratteristiche dovrebbe avere allora, secondo lei, una sana “laicità europea”?“Un atteggiamento liberale che si limita a non ingerire negli affari della Chiesa non basta; lo Stato deve garantire a tutti i cittadini l’esercizio della libertà religiosa e individuare forme appropriate per garantire il funzionamento, anche dal punto di vista economico, delle istituzioni ecclesiali guardando, pur nella distinzione tra sfera religiosa e civile, ai valori della fede come a riferimenti di segno positivo. Certamente il modello di laicità Usa favorevole e incoraggiante, anche sotto il profilo economico, nei confronti della Chiesa, non è esportabile nell’Europa dell’Est, poiché presuppone risorse pubbliche e private non presenti in questa regione. Sono peraltro convinto che non esista un modello unico di laicità valido per tutti: a differenziarlo sono la composizione religiosa, il grado di secolarizzazione, le tradizioni storiche, culturali e istituzionali dei singoli Stati. Ritengo quindi corretto che i testi costituzionali dell’Ue considerino le questioni religiose di competenza dei singoli Paesi membri; ribadisco al tempo stesso l’importanza che questi ultimi, per il contributo di solidi valori che la religione può offrire alla società, non tentino di relegare il fatto religioso nel privato delle coscienze. Una giusta laicità postula infatti una sana collaborazione fra Stato e Chiesa”.Da qualche anno l’Ungheria è membro, con altri Paesi dell’Est, dell’Ue. Che cosa ha rappresentato questo ingresso e che cosa continua a rappresentare?“Noi abbiamo sempre continuato a sentirci europei, perciò non siamo rientrati in Europa, come si sente dire da qualcuno, piuttosto abbiamo iniziato a far parte di un’alleanza di Stati che si chiama ‘Unione europea’. Dal punto di vista economico questo ingresso non ha avuto ricadute molto positive; tuttavia, pur con diverse delusioni rispetto alle attese nutrite prima dell’adesione, è forte la speranza nell’Ue, vista come garanzia di convivenza pacifica tra i popoli, ma occorre superare i residui nazionalismi. Molto positiva si è viceversa rivelata l’esperienza di una maggiore facilità di contatti umani. Potersi muovere in libertà da un Paese all’altro è per i popoli dell’Est una conquista importante; naturalmente tutto ciò facilita l’avvicinamento e la riconciliazione tra le genti e la purificazione della memoria”. Perché nell’Europa centro-orientale questo problema è così fortemente avvertito?“I popoli di questa regione escono da secoli di sofferenze e ferite subite nel tempo da turchi, austriaci, tedeschi e russi, e alcuni di essi sono stati segnati anche in epoche recenti da sanguinosi conflitti. Un passato che tuttavia riteniamo debba essere guardato con animo riconciliato. Ecco perché le Chiese dell’Est seguono con particolare impegno tale processo di pacificazione e integrazione, e a questo fine diverse Conferenze episcopali cattoliche hanno promosso iniziative per far conoscere la nostra storia e identità comune e hanno firmato dichiarazioni di riconciliazione. Tra esse, la dichiarazione sottoscritta nel 2006 da noi vescovi ungheresi con la Conferenza episcopale slovacca ‘Perdoniamo e chiediamo perdono’, sulla scia di un analogo gesto compiuto alcuni decenni fa dai vescovi polacchi e tedeschi. Intendiamo inoltre proseguire il dialogo con i vescovi dell’Europa centrale per approfondire la riflessione sui problemi pastorali e sulle sfide comuni che la Chiesa cattolica deve affrontare in questa regione dell’Ue per poter meglio contribuire alla crescita armoniosa di tutto il continente”.Quali sono, in particolare, queste sfide?“Anzitutto la secolarizzazione che da noi non è soltanto un processo pacifico, quasi naturale come in Occidente, ma si esprime anche attraverso atti di odio e autentiche aggressioni contro la Chiesa e il cristianesimo. Occorre capire il significato di questi fenomeni e rispondere ad essi in modo autenticamente cristiano: pacato ma fermo”.