FAMIGLIA IN EUROPA
Rapporto Ipf: un quadro su cui riflettere per nuove politiche familiari
“Negli ultimi anni, sia negli Stati che nelle istituzioni europee è sorta una forte preoccupazione nei confronti dei problemi della famiglia. Per questa ragione, insieme ad una crescente sensibilità sociale a questo riguardo, ha conferito alla politica sulla famiglia un carattere prioritario. Lo indicano, tra gli altri, il parere del Comitato economico e sociale europeo su La famiglia e l’andamento demografico e la comunicazione della Commissione Europea Il futuro demografico dell’Europa: trasformare una sfida in un’opportunità“: con queste parole, Lola Velarde, presidentessa della “Rete Europea Istituto di Politica Familiare (IPF)” presenta il rapporto “Evoluzione della famiglia in Europa 2008”, diffuso nei giorni scorsi e destinato al Parlamento europeo come strumento di riflessione in vista dell’attuazione degli indirizzi di politica familiare per gli Stati membri. Declino, senza gli immigrati. I dati che riguardano la famiglia in Europa sono considerevoli e per molti aspetti preoccupanti. Partendo dalla popolazione, si registra dal 1980 al 2008 un aumento complessivo di quasi 40,2 milioni di persone (oggi siamo 497,2 milioni in totale), ma realizzata in pochissimi paesi: Francia (+10 milioni – ml), Spagna (+8 ml), Regno Unito (+5 ml) da soli rappresentano il 57% de totale della crescita continentale. L’84% della crescita è tuttavia dovuto all’immigrazione e non alla crescita naturale, che – dice il Rapporto – resta stazionaria ed è 12 volte inferiore a quella degli Usa. Gli immigrati in totale sono oltre 27 ml, cioè il 5,5% della popolazione europea. Senza di loro, Paesi come Germania, Italia, Spagna si troverebbero nella condizione di una diminuzione naturale degli abitanti. Già a partire dal 2013, se non ci fossero gli immigrati, la popolazione continentale inizierebbe a declinare, mentre negli Usa dal 1994 la popolazione è aumentata quattro volte di più di quella UE. L’invecchiamento è evidente se si considerano le classi di età: i minori di 14 anni sono il 15,9% della popolazione, mentre i maggiori di 65 anni toccano il 17%. E’ la “piramide rovesciata” con vecchi in aumento e giovani che rischiano di quasi scomparire. Ciò è particolarmente evidente in Italia e Germania, dove gli over-65 sono il 20% degli abitanti.1,2 milioni di aborti l’anno. Il capitolo “nascite” è altrettanto allarmante. Ogni anno – dice il Rapporto – nasce quasi un milione di bambini in meno che nel 1980, con un calo del 15%. L’indice di fecondità continentale è dell’1,56 (figli per donna), al di sotto del livello di rimpiazzo (2,1), mentre sempre gli Usa sono a 2,09. Critica la situazione di Slovacchia (1,24), Polonia (1,27), Romania (1,31), Germania (1,32), mentre alcuni paesi stanno meglio: Francia (2), Irlanda (1,93), Svezia (1,85). L’età media in cui le donne diventano mamme è sempre più alta: 29,7 anni, con punte superiori in Spagna (30,88), Italia (30,8) e Olanda (30,58). Impressionanti i dati sull’aborto: nella UE a 27 stati c’è un aborto ogni 27 secondi, quasi 1,2 milioni l’anno (esattamente 1.167.775 nel 2006, l’equivalente di Lussemburgo e Malta insieme). Una gravidanza su 5 si conclude con un aborto. I paesi più “abortisti” sono Francia (206 mila), Regno Unito (194 mila), Romania (150 mila), Italia (129 mila), Germania (120 mila), Spagna (101 mila). Quest’ultima dal 1996 al 2006 li ha raddoppiati rispetto al decennio precedente.La crisi del matrimonio. Anche i matrimoni sono in “crisi” nell’Europa a 27. Il tasso di nuzialità è crollato da 6,75 del 1980 a 4,85 del 2006. In alcuni Paesi (Bulgaria, Slovenia, Ungheria), è addirittura dimezzato. Oltretutto, negli ultimi dieci anni si sono impennate le nascite fuori dal matrimonio, giunte al 33,9%: cioè un bambino su tre ha i genitori che non sono sposati e in alcuni Paesi addirittura sono più quelli che nascono “fuori” che “dentro” il matrimonio: Estonia (58,24%), Svezia (55,47%), Bulgaria (50,79%), Francia (50,49%). Anche in tema di divorzi l’Europa non scherza: ce n’è uno ogni 30 secondi, un milione e 40 mila l’anno, e ancora una volta la Spagna ha battuto tutti con un incremento del 290% in 10 anni: insieme a Belgio e Lussemburgo vanta il primato di 2 rotture nuziali ogni 3 matrimoni celebrati, con una durata media dei matrimoni di 13 anni. In sintesi, tra i matrimoni celebrati (2,35 milioni) ogni anno e i divorzi (1,04 milioni) il rapporto ormai è di un divorzio ogni due matrimoni.Famiglie sempre più piccole. Anche il numero dei membri per famiglia è in drastico calo: la media europea è di 2,4 persone ma alcuni paesi sfiorano i 2: Germania, Danimarca e Finlandia (2,1), Svezia (2,2). Così che le famiglie di “single” sono il 27,7%, due adulti con figli a carico sono il 24,9% e in due famiglie su 3 non ci sono bambini, il 16% ha un figlio, il 13% due figli e le famiglie con più di 2 figli sono ormai solo il 4%. Il Rapporto avanza alcune proposte, fondate sul principio della promozione della famiglia e della solidarietà tra generazioni: tra queste l’aumento della quota di PIL per le famiglie (attualmente il 2,1% medio) con diversità tra i Paesi più “generosi” (Danimarca, Lussemburgo, Germania che erogano oltre il 3% e i meno generosi (Polonia, Malta, Spagna, Italia, Portogallo) con meno del 1,2%, cioè quasi la metà della media europea. Le prestazioni in termini monetari vanno dai 2.353 euro per persona del Lussemburgo ai 30 euro della Bulgaria. Il grosso dei Paesi dà tra i 100 e i 600 euro (ad es. Germania 865, Francia 691, Italia 272, Portogallo 168) con grosse discriminazioni tra famiglia di analogo “peso” da Paese a Paese. Naturalmente, le statistiche mostrano che c’è una chiara correlazione tra i contributi diretti alle famiglie e l’aumento del numero dei figli: Francia, Irlanda e Lussemburgo erogano importanti contribuiti e hanno un aumento dei figli considerevole; al contrario, Spagna, Polonia e Italia erogano poco e la natalità cala drasticamente.Proposte di sostegno alla famiglia. Il Rapporto evidenzia la necessità di incrementare strumenti di sostegno alla famiglia e alla natalità quali “congedi di maternità”, spesa sociale contro il rischo-povertà infantile, servizi per combattere la conflittualità familiare, trasformando la famiglia in una “priorità politica”. Viene suggerito di “riconoscere e promuovere i diritti della famiglia in tutti gli ambiti”, particolarmente nella cura ed educazione dei figli; di “promuovere la convergenza delle politiche familiari nazionali”; di “potenziare le pari opportunità tra le famiglie europee”, senza discriminazioni per numero dei figli, reddito o altro. La filosofia di fondo dovrebbe essere di “aiutare i genitori ad avere i figli che desiderano” consentendo loro di affrontare la quotidianità. Ci vuole quindi un “budget” specifico per le politiche familiari e quindi viene proposto un “Libro verde” sulla famiglia in Europa che proponga soluzioni adeguate alla crisi in corso. Tra l’altro si propone una quota di PIL equivalente per Paese e l’universalizzazione degli aiuti entro 5 anni, tra i quali la riduzione dell’IVA sui prodotti infantili basilari, le deduzioni dall’IRPEF delle spese educative (scuola, libri ecc.) e altri interventi per chi assiste anziani in casa, malati, handicappati ecc.Famiglia, comunità di amore. La presidentessa della Rete Europea, Lola Velarde, scrive che “di fronte alle difficoltà sociali, economiche e demografiche, la famiglia rappresenta un potenziale molto prezioso per attenuare gli effetti drammatici di problemi quali la disoccupazione, le malattie, le tossicodipendenze o l’emarginazione”. Da questa constatazione fa derivare un pensiero-guida che dovrebbe essere alla base delle politiche familiari del continente: “La famiglia è perciò il primo nucleo di solidarietà nell’ambito della società. Oltre ad essere un’unità giuridica, sociale ed economica, la famiglia va molto al di là, essendo anzitutto una comunità d’amore”. Pertanto, conclude, “affinché le famiglie europee possano continuare a svolgere questa funzione insostituibile, è essenziale che i vari organismi, istituzioni e organizzazioni sociali le sostengano e che i paesi membri inseriscano la dimensione della famiglia nelle proprie politiche economiche e sociali”.