BASILICATA

Un aiuto all’accoglienza

Linee di indirizzo in materia di affido

La creazione di una rete integrata di sostegno al minore e alla sua famiglia d’origine insieme all’affermazione e alla diffusione della cultura e dell’affido familiare: sono questi gli obiettivi dichiarati delle linee di indirizzo in materia della Regione Basilicata, pubblicate lo scorso 5 maggio. In questo quadro, oltre ad individuare i principali attori della rete di servizi, la norma definisce le tipologie di affido, prevede la creazione dell’anagrafe regionale delle famiglie affidatarie, regola la loro individuazione e il percorso formativo. Specifiche misure di formazione, finanziate dalla Regione, sono previste anche per le associazioni di volontariato che si occupano di affidamento familiare, minori e sostegno alla genitorialità e per l’aggiornamento degli operatori sociali e socio-sanitari. È inoltre previsto un sostegno economico mensile alle famiglie affidatarie nella misura massima di 252 euro per ogni minore affidato, a favore dei nuclei con reddito annuo non superiore a 40mila euro.Fuori dall’ombra. “Le linee guida in materia di affido familiare rappresentano una grande conquista sia per gli operatori dei servizi sociali sia per le famiglie affidatarie, perché danno visibilità ad una realtà rimasta spesso nell’ombra”: sintetizza così il suo giudizio sul provvedimento della giunta regionale Angela Marsicovetere, responsabile del Centro affidi della Provincia di Potenza. Il Centro è nato nel 2004 in vista della chiusura degli istituti per i minori prevista per la fine del 2006. A questo scopo ha svolto opera di sensibilizzazione sul territorio circa il tema dell’affido e si è occupato della formazione delle famiglie che si sono rese disponibili; il primo gruppo di famiglie affidatarie si è costituito nel 2005 con 15 coppie, a cui se ne sono aggiunte altre 16 nel 2006 e 11 nel 2007. Dai 6 affidi del 2005 si è passati a 13 (più 4 per brevi periodi) nel 2006; altri 4 affidi si sono avuti nel 2007 insieme al sostegno per 3 minori in casa famiglia, e ancora 3 affidi nell’anno in corso. Tra disponibilità e timore. “C’è una certa disponibilità all’accoglienza da parte delle famiglie – afferma Marsicovetere – ma anche il timore di assumere una responsabilità troppo onerosa; non ultimo va considerato il profilo economico, soprattutto in un tempo in cui le famiglie hanno sempre più difficoltà a far quadrare i bilanci”. In questa direzione “è importante aver innalzato l’importo del sostegno economico: va detto che i bambini al centro di affidi richiedono spesso cure mediche specialistiche, oltre a quelle ordinarie”. “Attraverso l’itinerario formativo – prosegue la responsabile del Centro affidi – alcuni timori scompaiono, ma accade anche che dei partecipanti acquistino consapevolezza di non essere tagliati per questo tipo di esperienza e si tirino indietro”. Le famiglie disponibili appartengono a tutti i ceti sociali, con un’età dei genitori che va dai 35 anni in su, anche con 2 o 3 figli propri. La nota dolente riguarda l’affido degli adolescenti, problematici per condizione esistenziale e ancora di più se con situazioni di difficoltà familiare alle spalle. “Per un nucleo familiare è più difficile accoglierli e spesso restano in casa-famiglia; poiché le strutture non sono molte, inoltre, capita che debbano andare anche fuori regione”, evidenzia Marsicovetere.I limiti dell’affido. “Avanza la normativa, ma l’istituto dell’affido mostra oggi limiti nell’efficacia e nella praticabilità”. Ne è convinto Pinuccio Palazzo, referente per le famiglie affidatarie dell’associazione “Il Ponte” di Potenza. Insieme alla moglie Anna e ai loro tre figli, da sempre ha aperto la sua casa all’accoglienza di altri ragazzi, con esperienze di affido che sono andate dai sette anni ad un mese o anche a un fine settimana. Secondo Palazzo, “non si lavora a sufficienza sulla cultura dell’affido che dovrebbe significare apertura della famiglia alla vita, mentre invece è strutturato come un servizio sociale, con esaltazione di competenze tecniche e profili organizzativi, a partire dal linguaggio: «case manager» (l’operatore del servizio sociale comunale che prende in carico il minore e la sua famiglia definendo obiettivi dell’intervento ed impegni dei soggetti coinvolti, ndr), il «progetto di vita»…”. “Nonostante l’affermazione del diritto alla famiglia del minore – prosegue Palazzo – è venuto a mancare il sostegno alle famiglie disagiate verso le quali andrebbero orientate le risorse finché i bambini sono piccoli. Da adolescenti, sono destinati a rimanere in casa-famiglia, solo un riadattamento degli istituti”. È necessario continuare a sperimentare: “Con la «Rete bambini, ragazzi e famiglie al Sud» (Calabria, Puglia, Campania, Basilicata) – conclude Palazzo – stiamo provando soluzioni alternative con la ricerca di riferimenti spontanei sul territorio (gruppi ecclesiali, famiglie disponibili, movimenti) per fare rete, cercando di sostenere famiglie e ragazzi prima che i problemi esplodano ed evitando loro di uscire dai propri contesti e paesi”.a cura di Chiara Santomiero(23 maggio 2008)