DONNE E CONFLITTI

Vittime due volte

Inchieste giornalistiche in nove Paesi del Mediterraneo

In Algeria, Marocco, Libano, Turchia, ma anche in Spagna e in Italia, le donne che vivono in situazione di conflitto o di violenza domestica sono “vittime due volte”, a causa di decisioni prese da uomini o di leggi e culture che invece di tutelarle le discriminano. E’ quanto emerso da una tavola rotonda che si è svolta nei giorni scorsi a Roma su “Donne in situazione di conflitto”, organizzata dalla rivista on-line Babelmed.net (in francese, inglese, arabo e a breve anche in italiano), creata per “una informazione diversa, più complessa e profonda,” sulle culture del Mediterraneo, utilizzando una rete di corrispondenti in numerosi Paesi. In vista del convegno Babelmed ha realizzato una serie di inchieste in 9 Paesi su come le donne vivono in situazioni di conflitto.Vittime di guerra. In Libano , ad esempio, “le donne subiscono una guerra che non hanno voluto e sono assenti da tutte le politiche – ha affermato Sahar Al-Attar, giornalista del quotidiano libanese L’Orient Le Jour -. Quindi sono doppiamente vittime, perché subiscono le decisioni degli uomini. Eppure sono le donne a sapere di cosa c’è bisogno nella vita quotidiana, resa più difficile a causa della mancanza dei beni primari e dei numerosi controlli”. Una cultura di pace, ha precisato Al-Attar, dovrà “necessariamente passare attraverso le donne che educano i propri figli”. Molto viene fatto però dalle donne che operano nelle ong, impegnate nelle politiche sociali e nello sviluppo. In Algeria dieci anni di guerra civile tra islamisti ed esercito governativo hanno lasciato profonde ferite tra le donne, soprattutto quelle che hanno subito stupri, con figli nati da queste violenze. “Fino agli anni ’90 non erano considerate vittime di guerra – ha raccontato Ghania Khelifi, del quotidiano algerino Le Midi -. Le autorità religiose locali hanno dovuto consultarsi con religiosi stranieri per decidere di poter accordare loro lo statuto di vittime e dichiarare queste donne innocenti”. L’argomento “imbarazza ancora, c’è un senso di colpa e una vergogna collettiva”. Alcune ong algerine e straniere offrono a queste donne l’assistenza legale nei tribunali e aiuti sociali. Di violenze in famiglia. In Marocco il nuovo codice della famiglia varato dal Parlamento nel 2004 avrebbe dovuto cambiare la realtà della donna marocchina. In realtà, come ha precisato Kenza Sefrioui, del settimanale Le Journal hebdomadaire, “il codice non è applicato, non ci sono campagne informative, soprattutto a livello rurale ed esistono ancora vecchie leggi che contrastano con le nuove disposizioni”. La situazione delle donne marocchine, ha spiegato, “è di grande fragilità sociale: molte lavorano nel settore dell’economia informale ma non hanno tutele sociali né pensioni, molte subiscono violenze in casa ed abitano nelle bidonville delle città”. La mancata armonizzazione del nuovo codice provoca contraddizioni come “la possibilità di finire in carcere dai 2 ai 5 anni solo per chi ospita donne che fuggono dal tetto coniugale”. Oppure, “in caso di stupro, il colpevole quando esce dal carcere può chiedere di sposare la vittima”. Secondo Sefrioui anche la poligamia, che permette ad un uomo di avere fino a 4 mogli, “è una violenza alle donne”. In Spagna è in aumento il numero delle donne assassinate tra le mura domestiche: 70 nel solo 2007. “E’ in discussione una legge integrale contro la violenza sulle donne – ha detto Lourdes Vital, della rivista Afkar/idées – e c’è un grande dibattito in proposito”. Le vittime di violenze domestiche vengono accolte con i figli nelle “Casas de acogida”. “Le donne immigrate – ha aggiunto – sono doppiamente vittime perché non conoscono il contesto legale, non sanno a chi chiedere aiuto ed è molto difficile identificarle e reinserirle socialmente”. Gran parlare si fa in Spagna, in questo momento, della “rieducazione” degli uomini violenti tramite i programmi specifici. “Le associazioni però sono contrarie – ha chiarito – perché molti uomini scelgono i programmi di rieducazione come alternativa al carcere ma non hanno una reale volontà di cambiare. Allora è meglio dare priorità, nell’uso delle risorse, all’aiuto alle donne”. Della cultura del crimine . Per l’Italia la giornalista Stefanella Campana , del quotidiano La Stampa, ha condotto una inchiesta su “donne e mafia”. Che ha rivelato contraddizioni tra “donne che reagiscono e scelgono di lottare contro la criminalità” e “donne che, come i loro familiari uomini, accettano di avere un ruolo attivo nel crimine per potere e soldi, seguendo le stesse logiche maschili”. Quanto accaduto nei giorni scorsi nel campo rom di Ponticelli, in Campania, con le immagini, trasmesse in tv, delle donne italiane (molte delle quali più o meno nascostamente affiliate ai clan) che bruciavano i libri dei bambini rom è un “terribile esempio di come questi fatti vengono trasmessi solo come cronaca senza una presa di distanza ed un approfondimento. C’è una tremenda degenerazione dell’informazione in Italia”.